domenica 8 novembre 2020

Marco Aurelio

Occhi canuti contemplano, silenziosi,
l’avvento, l’avvicinarsi d’uno spettro
buio, nebuloso, secco e sorridente;
con alito di ghiaccio
e tanfo di sterco,
denuda il volto deforme
della malattia.

Egli aprì le braccia,
con l’amor paterno,
accolse l’Eterno.
 
Storia della poesia:
Dai, avete capito che sto parlando dell'imperatore Marco Aurelio Antonino Augusto, era abbastanza palese. Ma sto parlando del momento prima della sua morte, ovviamente ...

 

giovedì 5 novembre 2020

Il Verme

di Balance-Sheet
L’Aquila schiava di sé stessa,
incatenata alla volontà del cielo,
si ingelosì alla vista
del Verme libero conoscitore
della radice della terra.
 
Storia della poesia:
Sicuramente avrete notato il riferimento a Ligeia di Edgar Allan Poe. Il mio racconto breve preferito dell'autore ed è lì che possiamo leggere la bellissima poesia che parla del Verme Trionfante (The Conqueror Worm). Ma nonostante io abbia preso ispirazione da queste opere comunque ho voluto interpretare il Verme in un modo completamente nuovo.

Cesare

di Mariusz Kozik
Di divina discendenza, egli
la cui indole, e’l superbo ingegno,
del potere l’hanno reso degno;
verso terre di nebbia, estaticamente
marcia con le sue legioni,
e i nemici schiaccia ferocemente,
in catene, milioni.

Arguto e coraggioso, questo Romano;
per gli stolti, femmineo,
per i credenti, profano,
in ogni guerra, fulmineo
come il lupo indemoniato,
del sangue, innamorato.
Roma ha conquistato.

Con essa il mondo,
che mai l’ha dimenticato;
ed ogni emule a lui è secondo …
Ma osserva! Ogni Potente deviato
di lui è affamato;
il corpo d’uomo vien abusato,
dilaniato, assaporato, divorato!

Nel rosso specchio deforme,
un cadavere adornato di morsi,
contempla le proprie orme,
piange rannicchiato nei rimorsi.

Storia della poesia:
Non ho mai avuto alcun rispetto per il cesarismo che per me è una pessima tendenza ideologica. Conosciamo cesaristi come Oliver Cromwell e persino Benito Mussolini, uomini di potere che hanno completamente frainteso la figura di Giulio Cesare e che hanno cercato di emularlo solo per aumentare il loro potere personale. Chi mi conosce su YouTube sa perfettamente che Cesare è il mio personaggio storico preferito e credo che il cesarismo non sia altro che un tumore perché non ha nulla a che vedere con il personaggio storico e non è altro che il frutto di un'ossessione nutrita da ambizioni populiste.

mercoledì 4 novembre 2020

La prima imperatrice - Sabina

Roma è due cose: potere e civiltà. I nemici di Roma vengono sempre sconfitti e gli alleati di Roma godono sempre di grandi ricchezze. 
L’imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, salvatore della patria in Occidente e messia in Oriente, quando sposò quella gracile ragazza dall’aspetto umile attuò, di fatto, una manovra politica per ottenere più prestigio a Roma. La famiglia di Livia Drusilla era molto abbiente ed io ero sicura che Ottaviano avrebbe sfruttato quella fanciulla per aumentare il suo potere personale.
Ero serva di Ottaviano da quando lui era un ragazzino e quando visitai la dimora di sua moglie rimasi colpita dalla modestia di entrambe. Livia, con le sue vesti scure, mi accolse con un timido sorriso e quello fu il momento in cui ebbi paura di lei.
Avevo avuto il privilegio di conoscere Gaio Giulio Cesare di persona, quand’egli era ancora in vita, e tanto era una persona simpatica quanto spaventosamente fredda. Il suo sorriso irradiava gioia ma i suoi occhi erano quelli di un grammatico, un calmo e astuto calcolatore, un uomo dall’intelligenza disumana.
Era consuetudine vedere nel giovane Ottaviano l’anziano Giulio Cesare, ma solo una donna con tanta esperienza come me poteva notare le minuzie che aprivano un divario fra i due uomini. Ottaviano non era freddo come Cesare, era molto più sensibile di lui, molto più gracile, non era una persona estremamente razionale, seguiva il cuore ed era uno che non amava prendere rischi. Il nome di Cesare era sinonimo di azzardo, egli amava giocare a dadi con la Fortuna e usare il suo ingegno per uscire vincitore da ogni situazione.
Se Cesare, nella sua razionalità, era libero come l’aquila; Ottaviano, nella sua irrazionalità, era conservatore e fedele come un segugio.
Quando io vidi lo sguardo di Livia Drusilla … vidi Cesare. Il Fato aveva messo Ottaviano vicino a Giulio Cesare di nuovo. Ma cosa mai poteva essere una donna con quella vivace intelligenza?
Quando misi in guardia Ottaviano lui derise le mie preoccupazioni e mi disse:
“Manca delle qualità di un uomo, è carente della virtù, come può essere identica a mio padre?”
Un giovane come Ottaviano era tanto ambizioso quanto arrogante, talmente superbo da non vedere ciò che si presentava dinnanzi ai suoi occhi. Una donna dalla veneranda età come me non si sarebbe mai fatta inquietare da una giovane fanciulla inesperta; ma Livia Drusilla indossava diverse maschere, come un attore, ed il suo teatro era il mondo. Il finto volto della timida ragazza mi aveva tratto in inganno, ma non solo me anche le altre matrone rimanevano intrappolate in quella tela.
“Come può un simile fiore essere pericoloso?”
Quelle rispettabili matrone erano state ingannate dai docili occhi di Livia e senza rendersene conto la emulavano nei modi e nelle usanze, per il puro gusto di essere come lei. E se le donne, spesso più competitive degli uomini, diventavano succubi di quella fanciulla, immaginate i grandi politici di Roma. Costoro, più folli delle matrone, concedevano a Livia ogni lusso e le davano più libertà di ogni altra donna. Criticarla equivaleva ad offenderla, farle i complimenti significava entrare in quella forma abnorme di culto religioso che aveva messo le radici nella nostra città.
I poeti componevano per lei versi romantici ed erotici, così entrò nelle fantasie perverse del popolo e venne trasformata in una Venere vivente. Ma mai quella ragazza mostrò una nudità al pubblico, anzi, il semplice rappresentarla nuda era un insulto alla sua bellezza; si diffuse quella bizzarra diceria secondo la quale era criminale tentare di rappresentare l’indescrivibile. Mai avevo udito simili sciocchezze nella mia vita. Persino la bella Cleopatra d’Egitto era spesso scolpita ignuda eppure Livia non subì mai il medesimo onore.
Quando la donna si levava la maschera allora mostrava il suo vero aspetto. In casa tiranneggiava come una regina, le sue serve dovevano seguire regolamenti talmente ferrei da far sembrare le catene di ferro un confortevole abbigliamento; gli uomini che appartenevano alla sua cerchia privata, i suoi fedelissimi leccapiedi, erano persino più servili degli schiavi e in Livia vedevano una perfezione che i miei occhi non coglievano.
Ma non era una donna sciocca. I suoi fantocci mancavano di dignità ma costei ne era ripiena dal capo fino ai piedi; era giovane ma aveva lo stesso orgoglio di un’anziana matrona. I suoi occhi erano penetranti e non parlava mai troppo, tuttavia quando apriva bocca diceva sempre le cose più sensate. Livia era acculturata come un intellettuale ma sapeva come nasconderlo a suo marito; in pubblico era lui che doveva sembrare il più intelligente e il più potente, lei era ben lieta, forse un po’ troppo, di emulare la sottomissione. Era scaltra proprio come Giulio Cesare.
Dove lei indicava il marito andava e così anche il popolo.
Con uno sguardo era capace di zittire chiunque, con una movenza di mani esortava le persone a sparire dalla sua vista e con un sorriso compiaciuto trasformava il mortale in divino.
“Sarà domani.”
Ero impegnata a svolgere delle attività domestiche quando la sentii proferire quelle parole mentre osservava il panorama fuori dalla finestra.
“Ha detto qualcosa?” finsi di non aver capito.
“Domani sarà un giorno molto importante, Sabina.”
“Davvero? Cosa succederà domani?”
Lei mi sorrise ma non mi rispose.
Da quello che so il giorno seguente non accadde nulla di particolarmente strano. Ma quel breve scambio di parole fra noi due capitò sei giorni prima della triste morte di Marco Claudio Marcello. Io non potevo  di certo andare in giro a dire che sospettavo di Livia Drusilla, ma ciò non implicava che io non sospettassi di lei, anzi, io ero sicurissima che fosse stata lei ad aver ordinato il suo assassinio.
Una schiava al servizio di Livia, una certa Pollia, mi disse che non c’era ragione di dubitare dell’innocenza dell’imperatrice. Io fiutavo che fra le due vi fossero stati dei complotti e la cosa, in realtà, non mi sembrava neanche tanto strana. Non conoscevo bene Pollia, ero informata solamente delle sue presunte origini galliche, ma per il resto quella donna era un mistero per me. Pollia passava molto tempo con Livia, così tanto che fra gli schiavi girava voce di rapporti illeciti fra le due; anche se personalmente non oserei mai condannare l’amore fra due donne o fra due uomini, il pensare all’imperatrice come ad una persona infedele mi faceva ridere. L’assurdità di tali dicerie era tale da mettere un sorriso persino ad una scontrosa come me.
Ma ogni leggenda poteva avere un fondo di verità. L’intimità delle due donne forse non era fisica ma intellettuale. Livia passava il tempo solo con le persone che riteneva brillanti e probabilmente per questa ragione godeva della compagnia di Pollia, ma questo non avrebbe fatto altro che giustificare i miei sospetti concernenti una possibile cospirazione di quelle due per eliminare Marcello.
Non osai indagare per paura di perdere la testa … letteralmente.
Nonostante la morte di Marcello avesse sollevato un polverone a Roma, l’imperatrice Livia Drusilla Claudia rimase al potere e nessuno osò più parlare di quel defunto. Tutto ritornò alla normalità.
Livia è due cose: potere e intelligenza. I nemici di Livia vengono sempre uccisi e gli alleati di Livia godono sempre di grandi privilegi.

martedì 27 ottobre 2020

La prima imperatrice - Pollia

Una Venere con il volto di Giunone. Non esiste descrizione più accurata di quella donna che servivo e che seguivo ogni giorno. La prima volta che la incontrai ero appena stata comprata da un tale chiamato Marco Claudio Marcello. Il mio nome precedente, che lui riteneva orrendo, venne cambiato in ‘Pollia’; venni vestita con abiti umili e sporchi e venni condotta sul Palatino in quell’abitazione dove sapevo risiedeva un uomo che tutti temevano. Il mio primo pensiero fu ‘Ecco, ora mi metteranno al servizio dell’imperatore’ … ma non fu così. Marcello mi portò in questa stanza dove conobbi una giovane donna che all’inizio scambiai per una serva.
L’unica cosa che lui mi disse fu:
“Non farla arrabbiare e non avrai problemi con nessuno.”
Non era una serva.
Lei si voltò verso di me nell’esatto momento in cui Marcello lasciò la stanza, per un attimo avrei preferito tornare in quella terribile asta di vite umane piuttosto che vedere in faccia la donna che avrei dovuto servire.
Eravamo faccia a faccia ed io rimasi sinceramente scioccata nell’apprendere che era davvero una bellissima ragazza, sembrava una principessa delle favole. Aveva capelli bruni, chiari, ed i suoi occhi erano dello stesso colore del cielo; il suo giovane volto era bellissimo, anche se un po' gonfio sulle guance e sul mento; aveva le sopracciglia fini ed una fronte leggermente larga.
Quando quella ragazza mi vide mi sorrise e si alzò per guardarmi da vicino. La sua pelle era priva di imperfezioni, il suo corpo odorava di menta e le mani con le quali mi toccò il volto erano morbide. Mi toccava con la stessa tenerezza di una madre, il suo sorriso era dolce ma i suoi occhi erano freddi, come quelli di un matematico.
Livia Drusilla Claudia
Mi guardò negli occhi poi si allontanò e mi disse:
“Apri le braccia.”
Io eseguii.
“Fai un giro completo ma piano.”
Eseguii il comando.
“Bene. Quegli abiti dovranno essere puliti e dopo potrai presentarti in pubblico con me. Un’ultima cosa, però: come ti chiami?”
“Po-Pollia.”
“Bel nome. Anche se non è il migliore.”
Da quel momento la mia vita cambiò completamente. Ero stata comprata al mercato degli schiavi ed ero stata condotta sul Palatino dove risiedeva l’uomo più potente del mondo e lì incontrai la donna più potente del mondo: Livia Drusilla Claudia.
Descrivere l’imperatrice in poche parole è abbastanza complicato ma comunque ci proverò. Livia non era una ragazza che amava mettersi in mostra, quando uscivamo insieme non si metteva mai dei gioielli ed i suoi abiti erano sempre scuri; io dovevo starle dietro, non dovevo mai sorpassarla e quando incontravamo altre matrone dovevo stare zitta e lasciare parlare lei. Le donne che incrociavamo non erano come Livia, indossavano abiti più sfarzosi ed erano molto più truccate e soprattutto indossavano tonnellate di gioielli; nonostante Livia sembrasse una stracciona non troppo diversa da me, loro la seppellivano di complimenti e lei li accettava senza mai ricambiare il favore. Era bravissima a fingere di essere timida.
Quando passavamo vicino agli uomini questi si spostavano e la salutavano guardandola negli occhi. Anche loro avevano la bocca piena di complimenti.
Quando passavamo per i mercati le merci le venivano offerte ma lei rifiutava sempre con molta cortesia, tuttavia quando non poteva farlo dava le cose a me e mi diceva che erano dei regali che io potevo conservare; non mi era permesso rifiutare i regali.
Livia si svegliava sempre prima di suo marito e andava a letto presto. Non mangiava molto però camminava spesso. Quando stava in casa lasciava a me il compito di cucinare, tuttavia dovevo farlo sotto il suo sguardo vigile; le piaceva moltissimo insegnarmi a preparare i pasti e non aveva peli sulla lingua quando doveva criticarmi. Lei cuciva personalmente gli abiti del marito e gli acconciava i capelli.
Se Livia non era impegnata in attività casalinghe e se non aveva voglia di camminare allora si dedicava alla poesia oppure, semplicemente, andava alle terme per rilassarsi. La prima volta che la accompagnai alle acque termali ero sinceramente curiosa di scoprire che corpo nascondesse sotto quegli abiti; che donna poteva essere la moglie dell’imperatore? Avevo sentito parlare della bellissima regina d’Egitto e se davvero era così bella, come si diceva, allora doveva essere, come minimo, simile a Livia Drusilla.
La prima volta che vidi il suo corpo nudo rimasi incantata da quello splendore divino. Aveva il corpo di una Venere, ben proporzionato e senza eccessi; i suoi capelli, che teneva sempre acconciati, erano abbastanza lunghi da toccarle le spalle. Quando la aiutavo a lavarsi mi era proibito fare osservazioni sul suo corpo e mi era, soprattutto, proibito di parlarne con altre persone.
Il suo stile di vita e la sua bellezza divina mi colpirono, ovviamente, ma erano nulla se paragonate al potere che possedeva. Io ero una schiava, nulla di più. Non conoscevo lo stato di una donna comune a Roma, ma probabilmente non stava meglio di quelle della Grecia, tuttavia ero certa, anzi, ero sicurissima che nessuna donna potesse avere più potere di un uomo. Non avevo ancora incontrato Livia Drusilla Claudia.
Non solo lei gestiva i soldi di casa, il che era abbastanza strano, ma gestiva anche le finanze dello stato. Ottaviano Augusto era più gracile di lei e anche più docile, non osava mai alzare la voce in sua presenza e sempre ubbidiva in silenzio quando lei prendeva una scelta. Forse non era Augusto il vero imperatore di Roma, forse era davvero lei.
Le regole di Livia erano ferree e tutti coloro che osavano violarle venivano cacciati da casa sua, se lei era di buon umore … ma se era di cattivo umore poteva anche decidere di usare metodi più estremi. Per lei chiunque la attaccasse personalmente, cittadino Romano o no, doveva essere punito severamente; non conosceva pietà né per amici e nemmeno per famigliari.
Una volta, non so per quale ragione, arrivò persino a cacciare di casa un uomo che aveva osato fare una pessima battuta a sfondo sessuale su di me mentre era in presenza di Livia; lei odiava la volgarità e quell’uomo non mise più piede nel Palatino per almeno due anni.
Era una donna intransigente, sì, ma aveva anche un particolare senso dell’umorismo. Io, per la cronaca, ero la più simpatica fra le due e conoscevo diverse barzellette; però lei amava soltanto quelle sugli animali, non so perché ma lei rideva fino a lacrimare quando gliele raccontavo. Mi era proibito farla ridere in pubblico.
Ammetto che con il tempo mi abituai al suo carattere e ai suoi sguardi che potevano mettere in soggezione persino un leone. Ricordo quando passò quel giovane uomo di nome Tito Veturio, se non erro, egli doveva chiedere un favore all’imperatrice e, ovviamente, riuscì a farla innervosire, anche se non troppo perché alla fine lei gli diede il denaro di cui aveva bisogno.
Soltanto una volta io ebbi un confronto con lei. Era da poco morto Marco Claudio Marcello. Io non odiavo quell’uomo, non mi stava simpatico, ma non provavo rancore per lui. Sapevo che Livia era stata accusata da alcuni di aver orchestrato il suo assassinio e fu solo per caso che la cosa saltò fuori durante un momento in cui eravamo insieme. Ero da sola con lei e la stavo aiutando a vestirsi quando la sentii mormorare qualcosa del tipo:
“Maledetti arroganti.”
“Come?” le domandai io sorpresa da quel commento a vuoto.
“Scusami, Pollia, non volevo disturbarti. Continua pure.”
“No, no … è solo che … mi sembrava un po’ irritata. Qualcosa non va?”
“Oh, lo sai benissimo che qualcosa non va. Anche tu hai le orecchie, no?”
“Io …”
Non volevo farle capire che io sapevo delle accuse ma lei, con i suoi occhi penetranti, aveva intuito tutto soltanto guardandomi.
“Smetti con questa recita, Pollia, sei patetica.”
Come al solito era tagliente nei suoi commenti. Diceva sempre quello che pensava e non le importava della reazione delle persone.
“Io so, sì” le dissi io.
“E hai già preso una decisione?”
“Non me ne intendo di queste cose.”
“Mi insulti, Pollia, non mi piace. So perfettamente che è probabile che tu ti sia schierata con i miei accusatori. Tu sei una schiava, dopotutto.”
“Questo non significa niente.”
“Significa che brami la libertà più di ogni altra cosa. Questo è il tuo ruolo nella vita. Perciò è lecito pensare che tu farai ogni cosa in tuo potere pur di tornare nella tua terra natale. È comprensibile ed è logico.”
“E se non fosse vero?”
“Allora saresti una strana schiava. Ne ho viste di donne a quelle aste. Ne ho viste tante. Nude, trattate come bestiame e vendute come oggetti. Allo stesso modo degli uomini.”
“E la cosa come ti faceva sentire?”
“Potente” rispose lei guardandomi negli occhi.
“Potente? Perché?”
“Perché io non sono come loro e per questo posso fare di più di loro. Questo potere posso usarlo per cambiare Roma, trasformarla in qualcosa di nuovo. Nessuno di voi schiavi potrebbe mai ottenere un simile potere, neanche se si ribellasse.”
“Uno schiavo ribelle può cambiare un intero impero.”
“Sagace,” commentò lei con un sorriso di approvazione “tuttavia è falso. Uno schiavo ribelle non avrebbe interesse a cambiare le istituzioni di una città, egli preferirebbe bruciarla e gettarla nel caos piuttosto che fare un compromesso con essa. Pensa a Spartaco. La libertà, per uno schiavo conta di più dell’ordine e per questo egli è incapace di capire come cambiare una società. Egli riduce il cambiamento ad una temporanea condizione del suo ego: o è libero o manca di libertà. Anche tu sei così Pollia.”
“E credi che questo giustifichi il modo in cui ci trattate? Parli bene, Livia, ma sai di camminare sulla schiena degli schiavi. Le persone come te sono ingiuste.”
Non l’avevo mai chiamata per nome prima e lei non ci fece neanche caso.
“Giusto e sbagliato non significano niente per me. Credi che sia giusto che una schiava viva in una villa e che possa mangiare del cibo sano e che possa dormire in un letto e che possa fare il bagno con la sua padrona, mentre un altro schiavo lavora in miniera?”
“Ma non ho scelto io di stare in questa villa.”
“Ma hai scelto di non scappare. Hai scelto di vivere in quel minimo lusso che ti era concesso piuttosto che ribellarti e ripetere le azioni di Spartaco. Quindi questo cosa ti rende? E che mi dici di quegli schiavi che sono stati liberati? Hanno mai combattuto per coloro che sono schiavi adesso? No? Allora significa che parlare di giusto e sbagliato non serve a niente.”
“E allora cosa ti interessa, imperatrice Livia Drusilla Claudia? Se non sei interessata alla giustizia a cosa sei interessata?”
“Cambiamento. Io voglio ottenere qualcosa di materiale. Voglio cambiare Roma. Sono la prima donna in questa posizione e non voglio essere l’ultima.”
“E poi? Cosa succederà poi?”
Lei sorrise. Non mi rispose. Mi disse di seguirla fuori dall’abitazione. Si era appena sollevato un vento caldo e il sole illuminava quel bellissimo ma agghiacciante volto. Livia mi guardò e mi domandò:
“Tu credi che io abbia ucciso Marcello?”
“Perché avresti dovuto farlo?”
“Forse perché era un ostacolo per far salire al trono una persona scelta da me. Forse perché era troppo spavaldo e rivoltoso per i miei gusti. Forse perché ero arrabbiata con lui per una qualche ragione triviale. Avrei avuto diverse ragioni per ucciderlo, in realtà.”
“Vuoi che io ti accusi?”
“Voglio una risposta. Sì o no.”
“Perché da me?”
“Ti conosco da tanto tempo ormai, ti considero parte della mia famiglia e so che tu conosci me, sai forse troppe cose di me. In momenti come questo il mio potere vacilla, i più stolti e i più arroganti, fanno la fila solo per screditarmi e per mettermi in cattiva luce. Non posso fidarmi di nessuno.”
“Tuo marito è l’imperatore, no? Potrebbe fare qualcosa per aiutarti.”
“Ottaviano è un grande uomo, ma non sono così sciocca da pensare che lui dia più valore a me che alla sua immagine pubblica.”
“E le matrone?”
“Sono sgualdrine. Sono finte. Non avrebbero problemi a pugnalarmi alla schiena.”
“Hai anche un circolo di persone fidate, no?”
“Sì, ed io so che stanno dalla mia parte. Quindi chi rimane?”
“Io.”
“Acuta” commentò lei con un sorriso falsamente sorpreso.
“E cosa vuoi che dica?”
“Io non lo so. Dimmi tu. Dammi una risposta. Sì o no.”
“Potrei rispondere ‘no’ per avere salva la vita, non credi?”
“Ma potresti rispondere ‘sì’ per metterti contro di me, la tua padrona.”
Non voleva lasciarmi. Mi sentivo come in una tela del ragno e lei era lì, davanti a me, in attesa di una risposta decisiva.
Io però conoscevo quella donna. Non era una sconosciuta, era la stessa Livia con cui passavo ogni momento della giornata, era la stessa ragazza che accompagnavo per le strade di Roma, ed era la stessa donna con cui mi intrattenevo in lunghi dialoghi.
Poi capii che cos’era quello. Quella domanda non me l’aveva fatta a caso. Era come un banco di prova, voleva capire chi era leale a lei e chi no e soprattutto voleva sapere fino a che punto poteva fidarsi di me. Era tutto preparato sin dall’inizio. Eravamo le uniche in quell’abitazione, gli altri erano fuori, io avrei potuto tradirla tranquillamente e andarmene, dopotutto lei era conscia di essere più fragile di me. Era ovvio. Praticamente mi aveva consegnato un pugnale e mi stava dando la possibilità di scegliere se ucciderla oppure se risparmiarla.
Non era una donna sciocca, non lo era per niente.
Io allora presi la mia decisione e le risposi:
“Non ha importanza se tu hai ucciso o no Marcello, l’importante è che non sia più in circolazione.”
Lei sorrise. Approvò la mia risposta. Mi abbracciò come una madre, mi accarezzò la testa e mi disse:
“Finalmente hai capito. Finalmente hai capito tutto, mia cara Pollia. Ora sì che posso davvero fidarmi di te.”


lunedì 26 ottobre 2020

Paura della malattia

di SebMcKinnon
Logora il cuore, spezza le ali
argentate, il ronzio dell’angoscia;
abbraccia, stringe, soffoca
una catena strozza le braccia,
i sussurri sono cemento sulle spalle,
la bocca fatica a parlare.
La fame dei sensi è il respiro
della paura;
tutto è muto, nero, privo di sostanza,
si deforma, si contorce la melodia
della paranoia;
muta, è mutato,
ciò che prima era è già stato;
evolve,  cresce e si gonfia
come un tumore, sotto la pelle,
nascosta nella carne,
divora, dilania e diletta
il proprio ego mutaforma.
E cade! Con un tonfo, tuonante come
il tamburo della tempesta;
giace in silenzio, assopita in attesa,
la lupa nella caverna
con le zanne tinte di rosso.
 
Storia della poesia:
in realtà non credo di spiegare il tema principale della poesia. Il mio scopo era quello di provare a descrivere le sensazioni che sono date dalla paura di qualcosa che non si conosce e che potrebbe colpirti in un qualsiasi momento. Ammetto che la protagonista della poesia non è la semplice paura della malattia ma la Paura (che in realtà sarebbe l'angoscia) ... tuttavia ... non so se sono riuscito a descrivere questo oscuro sentimento in modo accurato. Sta al lettore decidere, giusto?
L'unica cosa che dico è che in questi momenti è importante non lasciarsi influenzare dall'angoscia, comprendo la paura di ciò che non si conosce, ma bisogna cercare di affidarsi alla razionalità il più possibile; non limitare le proprie emozioni ma affrontare le cose con un minimo di maturità. Tutto qui.


domenica 25 ottobre 2020

Birli

La neve scende,
la neve cade.
Solo un ricordo rimane,
il resto è silenzio.


Storia della poesia:
Questa poesia la scrissi il 27 marzo 2020, giorno in cui nevicò. Ero in cucina, stavo preparando da mangiare e il gatto che avevo (Birli) era appena stato portato dal veterinario. Ricordo che mi misi a guardare un ramo di un abete ricoperto di neve; la neve cadeva da quell'albero dopo essere appena scesa dal cielo e si scioglieva immediatamente sul cemento. Guardando quella scena pensai a quella poesia e per un attimo mi venne da piangere.
Ho intitolato questa poesia "Birli" perché la notte del giorno dopo il mio gatto, dopo sedici anni passati insieme, è morto. Ammetto che quello è stato uno dei momenti più brutti della mia vita. Quindi questa poesia parla di lui ma forse anche di tutti noi. Siamo tutti come la neve: nasciamo, viviamo e moriamo. Come la neve che scende, cade e si scioglie. Ciò che è stato non si può recuperare, rimangono solo i ricordi felici circondati dal silenzio.