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mercoledì 4 novembre 2020

La prima imperatrice - Sabina

Roma è due cose: potere e civiltà. I nemici di Roma vengono sempre sconfitti e gli alleati di Roma godono sempre di grandi ricchezze. 
L’imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, salvatore della patria in Occidente e messia in Oriente, quando sposò quella gracile ragazza dall’aspetto umile attuò, di fatto, una manovra politica per ottenere più prestigio a Roma. La famiglia di Livia Drusilla era molto abbiente ed io ero sicura che Ottaviano avrebbe sfruttato quella fanciulla per aumentare il suo potere personale.
Ero serva di Ottaviano da quando lui era un ragazzino e quando visitai la dimora di sua moglie rimasi colpita dalla modestia di entrambe. Livia, con le sue vesti scure, mi accolse con un timido sorriso e quello fu il momento in cui ebbi paura di lei.
Avevo avuto il privilegio di conoscere Gaio Giulio Cesare di persona, quand’egli era ancora in vita, e tanto era una persona simpatica quanto spaventosamente fredda. Il suo sorriso irradiava gioia ma i suoi occhi erano quelli di un grammatico, un calmo e astuto calcolatore, un uomo dall’intelligenza disumana.
Era consuetudine vedere nel giovane Ottaviano l’anziano Giulio Cesare, ma solo una donna con tanta esperienza come me poteva notare le minuzie che aprivano un divario fra i due uomini. Ottaviano non era freddo come Cesare, era molto più sensibile di lui, molto più gracile, non era una persona estremamente razionale, seguiva il cuore ed era uno che non amava prendere rischi. Il nome di Cesare era sinonimo di azzardo, egli amava giocare a dadi con la Fortuna e usare il suo ingegno per uscire vincitore da ogni situazione.
Se Cesare, nella sua razionalità, era libero come l’aquila; Ottaviano, nella sua irrazionalità, era conservatore e fedele come un segugio.
Quando io vidi lo sguardo di Livia Drusilla … vidi Cesare. Il Fato aveva messo Ottaviano vicino a Giulio Cesare di nuovo. Ma cosa mai poteva essere una donna con quella vivace intelligenza?
Quando misi in guardia Ottaviano lui derise le mie preoccupazioni e mi disse:
“Manca delle qualità di un uomo, è carente della virtù, come può essere identica a mio padre?”
Un giovane come Ottaviano era tanto ambizioso quanto arrogante, talmente superbo da non vedere ciò che si presentava dinnanzi ai suoi occhi. Una donna dalla veneranda età come me non si sarebbe mai fatta inquietare da una giovane fanciulla inesperta; ma Livia Drusilla indossava diverse maschere, come un attore, ed il suo teatro era il mondo. Il finto volto della timida ragazza mi aveva tratto in inganno, ma non solo me anche le altre matrone rimanevano intrappolate in quella tela.
“Come può un simile fiore essere pericoloso?”
Quelle rispettabili matrone erano state ingannate dai docili occhi di Livia e senza rendersene conto la emulavano nei modi e nelle usanze, per il puro gusto di essere come lei. E se le donne, spesso più competitive degli uomini, diventavano succubi di quella fanciulla, immaginate i grandi politici di Roma. Costoro, più folli delle matrone, concedevano a Livia ogni lusso e le davano più libertà di ogni altra donna. Criticarla equivaleva ad offenderla, farle i complimenti significava entrare in quella forma abnorme di culto religioso che aveva messo le radici nella nostra città.
I poeti componevano per lei versi romantici ed erotici, così entrò nelle fantasie perverse del popolo e venne trasformata in una Venere vivente. Ma mai quella ragazza mostrò una nudità al pubblico, anzi, il semplice rappresentarla nuda era un insulto alla sua bellezza; si diffuse quella bizzarra diceria secondo la quale era criminale tentare di rappresentare l’indescrivibile. Mai avevo udito simili sciocchezze nella mia vita. Persino la bella Cleopatra d’Egitto era spesso scolpita ignuda eppure Livia non subì mai il medesimo onore.
Quando la donna si levava la maschera allora mostrava il suo vero aspetto. In casa tiranneggiava come una regina, le sue serve dovevano seguire regolamenti talmente ferrei da far sembrare le catene di ferro un confortevole abbigliamento; gli uomini che appartenevano alla sua cerchia privata, i suoi fedelissimi leccapiedi, erano persino più servili degli schiavi e in Livia vedevano una perfezione che i miei occhi non coglievano.
Ma non era una donna sciocca. I suoi fantocci mancavano di dignità ma costei ne era ripiena dal capo fino ai piedi; era giovane ma aveva lo stesso orgoglio di un’anziana matrona. I suoi occhi erano penetranti e non parlava mai troppo, tuttavia quando apriva bocca diceva sempre le cose più sensate. Livia era acculturata come un intellettuale ma sapeva come nasconderlo a suo marito; in pubblico era lui che doveva sembrare il più intelligente e il più potente, lei era ben lieta, forse un po’ troppo, di emulare la sottomissione. Era scaltra proprio come Giulio Cesare.
Dove lei indicava il marito andava e così anche il popolo.
Con uno sguardo era capace di zittire chiunque, con una movenza di mani esortava le persone a sparire dalla sua vista e con un sorriso compiaciuto trasformava il mortale in divino.
“Sarà domani.”
Ero impegnata a svolgere delle attività domestiche quando la sentii proferire quelle parole mentre osservava il panorama fuori dalla finestra.
“Ha detto qualcosa?” finsi di non aver capito.
“Domani sarà un giorno molto importante, Sabina.”
“Davvero? Cosa succederà domani?”
Lei mi sorrise ma non mi rispose.
Da quello che so il giorno seguente non accadde nulla di particolarmente strano. Ma quel breve scambio di parole fra noi due capitò sei giorni prima della triste morte di Marco Claudio Marcello. Io non potevo  di certo andare in giro a dire che sospettavo di Livia Drusilla, ma ciò non implicava che io non sospettassi di lei, anzi, io ero sicurissima che fosse stata lei ad aver ordinato il suo assassinio.
Una schiava al servizio di Livia, una certa Pollia, mi disse che non c’era ragione di dubitare dell’innocenza dell’imperatrice. Io fiutavo che fra le due vi fossero stati dei complotti e la cosa, in realtà, non mi sembrava neanche tanto strana. Non conoscevo bene Pollia, ero informata solamente delle sue presunte origini galliche, ma per il resto quella donna era un mistero per me. Pollia passava molto tempo con Livia, così tanto che fra gli schiavi girava voce di rapporti illeciti fra le due; anche se personalmente non oserei mai condannare l’amore fra due donne o fra due uomini, il pensare all’imperatrice come ad una persona infedele mi faceva ridere. L’assurdità di tali dicerie era tale da mettere un sorriso persino ad una scontrosa come me.
Ma ogni leggenda poteva avere un fondo di verità. L’intimità delle due donne forse non era fisica ma intellettuale. Livia passava il tempo solo con le persone che riteneva brillanti e probabilmente per questa ragione godeva della compagnia di Pollia, ma questo non avrebbe fatto altro che giustificare i miei sospetti concernenti una possibile cospirazione di quelle due per eliminare Marcello.
Non osai indagare per paura di perdere la testa … letteralmente.
Nonostante la morte di Marcello avesse sollevato un polverone a Roma, l’imperatrice Livia Drusilla Claudia rimase al potere e nessuno osò più parlare di quel defunto. Tutto ritornò alla normalità.
Livia è due cose: potere e intelligenza. I nemici di Livia vengono sempre uccisi e gli alleati di Livia godono sempre di grandi privilegi.

martedì 27 ottobre 2020

La prima imperatrice - Pollia

Una Venere con il volto di Giunone. Non esiste descrizione più accurata di quella donna che servivo e che seguivo ogni giorno. La prima volta che la incontrai ero appena stata comprata da un tale chiamato Marco Claudio Marcello. Il mio nome precedente, che lui riteneva orrendo, venne cambiato in ‘Pollia’; venni vestita con abiti umili e sporchi e venni condotta sul Palatino in quell’abitazione dove sapevo risiedeva un uomo che tutti temevano. Il mio primo pensiero fu ‘Ecco, ora mi metteranno al servizio dell’imperatore’ … ma non fu così. Marcello mi portò in questa stanza dove conobbi una giovane donna che all’inizio scambiai per una serva.
L’unica cosa che lui mi disse fu:
“Non farla arrabbiare e non avrai problemi con nessuno.”
Non era una serva.
Lei si voltò verso di me nell’esatto momento in cui Marcello lasciò la stanza, per un attimo avrei preferito tornare in quella terribile asta di vite umane piuttosto che vedere in faccia la donna che avrei dovuto servire.
Eravamo faccia a faccia ed io rimasi sinceramente scioccata nell’apprendere che era davvero una bellissima ragazza, sembrava una principessa delle favole. Aveva capelli bruni, chiari, ed i suoi occhi erano dello stesso colore del cielo; il suo giovane volto era bellissimo, anche se un po' gonfio sulle guance e sul mento; aveva le sopracciglia fini ed una fronte leggermente larga.
Quando quella ragazza mi vide mi sorrise e si alzò per guardarmi da vicino. La sua pelle era priva di imperfezioni, il suo corpo odorava di menta e le mani con le quali mi toccò il volto erano morbide. Mi toccava con la stessa tenerezza di una madre, il suo sorriso era dolce ma i suoi occhi erano freddi, come quelli di un matematico.
Livia Drusilla Claudia
Mi guardò negli occhi poi si allontanò e mi disse:
“Apri le braccia.”
Io eseguii.
“Fai un giro completo ma piano.”
Eseguii il comando.
“Bene. Quegli abiti dovranno essere puliti e dopo potrai presentarti in pubblico con me. Un’ultima cosa, però: come ti chiami?”
“Po-Pollia.”
“Bel nome. Anche se non è il migliore.”
Da quel momento la mia vita cambiò completamente. Ero stata comprata al mercato degli schiavi ed ero stata condotta sul Palatino dove risiedeva l’uomo più potente del mondo e lì incontrai la donna più potente del mondo: Livia Drusilla Claudia.
Descrivere l’imperatrice in poche parole è abbastanza complicato ma comunque ci proverò. Livia non era una ragazza che amava mettersi in mostra, quando uscivamo insieme non si metteva mai dei gioielli ed i suoi abiti erano sempre scuri; io dovevo starle dietro, non dovevo mai sorpassarla e quando incontravamo altre matrone dovevo stare zitta e lasciare parlare lei. Le donne che incrociavamo non erano come Livia, indossavano abiti più sfarzosi ed erano molto più truccate e soprattutto indossavano tonnellate di gioielli; nonostante Livia sembrasse una stracciona non troppo diversa da me, loro la seppellivano di complimenti e lei li accettava senza mai ricambiare il favore. Era bravissima a fingere di essere timida.
Quando passavamo vicino agli uomini questi si spostavano e la salutavano guardandola negli occhi. Anche loro avevano la bocca piena di complimenti.
Quando passavamo per i mercati le merci le venivano offerte ma lei rifiutava sempre con molta cortesia, tuttavia quando non poteva farlo dava le cose a me e mi diceva che erano dei regali che io potevo conservare; non mi era permesso rifiutare i regali.
Livia si svegliava sempre prima di suo marito e andava a letto presto. Non mangiava molto però camminava spesso. Quando stava in casa lasciava a me il compito di cucinare, tuttavia dovevo farlo sotto il suo sguardo vigile; le piaceva moltissimo insegnarmi a preparare i pasti e non aveva peli sulla lingua quando doveva criticarmi. Lei cuciva personalmente gli abiti del marito e gli acconciava i capelli.
Se Livia non era impegnata in attività casalinghe e se non aveva voglia di camminare allora si dedicava alla poesia oppure, semplicemente, andava alle terme per rilassarsi. La prima volta che la accompagnai alle acque termali ero sinceramente curiosa di scoprire che corpo nascondesse sotto quegli abiti; che donna poteva essere la moglie dell’imperatore? Avevo sentito parlare della bellissima regina d’Egitto e se davvero era così bella, come si diceva, allora doveva essere, come minimo, simile a Livia Drusilla.
La prima volta che vidi il suo corpo nudo rimasi incantata da quello splendore divino. Aveva il corpo di una Venere, ben proporzionato e senza eccessi; i suoi capelli, che teneva sempre acconciati, erano abbastanza lunghi da toccarle le spalle. Quando la aiutavo a lavarsi mi era proibito fare osservazioni sul suo corpo e mi era, soprattutto, proibito di parlarne con altre persone.
Il suo stile di vita e la sua bellezza divina mi colpirono, ovviamente, ma erano nulla se paragonate al potere che possedeva. Io ero una schiava, nulla di più. Non conoscevo lo stato di una donna comune a Roma, ma probabilmente non stava meglio di quelle della Grecia, tuttavia ero certa, anzi, ero sicurissima che nessuna donna potesse avere più potere di un uomo. Non avevo ancora incontrato Livia Drusilla Claudia.
Non solo lei gestiva i soldi di casa, il che era abbastanza strano, ma gestiva anche le finanze dello stato. Ottaviano Augusto era più gracile di lei e anche più docile, non osava mai alzare la voce in sua presenza e sempre ubbidiva in silenzio quando lei prendeva una scelta. Forse non era Augusto il vero imperatore di Roma, forse era davvero lei.
Le regole di Livia erano ferree e tutti coloro che osavano violarle venivano cacciati da casa sua, se lei era di buon umore … ma se era di cattivo umore poteva anche decidere di usare metodi più estremi. Per lei chiunque la attaccasse personalmente, cittadino Romano o no, doveva essere punito severamente; non conosceva pietà né per amici e nemmeno per famigliari.
Una volta, non so per quale ragione, arrivò persino a cacciare di casa un uomo che aveva osato fare una pessima battuta a sfondo sessuale su di me mentre era in presenza di Livia; lei odiava la volgarità e quell’uomo non mise più piede nel Palatino per almeno due anni.
Era una donna intransigente, sì, ma aveva anche un particolare senso dell’umorismo. Io, per la cronaca, ero la più simpatica fra le due e conoscevo diverse barzellette; però lei amava soltanto quelle sugli animali, non so perché ma lei rideva fino a lacrimare quando gliele raccontavo. Mi era proibito farla ridere in pubblico.
Ammetto che con il tempo mi abituai al suo carattere e ai suoi sguardi che potevano mettere in soggezione persino un leone. Ricordo quando passò quel giovane uomo di nome Tito Veturio, se non erro, egli doveva chiedere un favore all’imperatrice e, ovviamente, riuscì a farla innervosire, anche se non troppo perché alla fine lei gli diede il denaro di cui aveva bisogno.
Soltanto una volta io ebbi un confronto con lei. Era da poco morto Marco Claudio Marcello. Io non odiavo quell’uomo, non mi stava simpatico, ma non provavo rancore per lui. Sapevo che Livia era stata accusata da alcuni di aver orchestrato il suo assassinio e fu solo per caso che la cosa saltò fuori durante un momento in cui eravamo insieme. Ero da sola con lei e la stavo aiutando a vestirsi quando la sentii mormorare qualcosa del tipo:
“Maledetti arroganti.”
“Come?” le domandai io sorpresa da quel commento a vuoto.
“Scusami, Pollia, non volevo disturbarti. Continua pure.”
“No, no … è solo che … mi sembrava un po’ irritata. Qualcosa non va?”
“Oh, lo sai benissimo che qualcosa non va. Anche tu hai le orecchie, no?”
“Io …”
Non volevo farle capire che io sapevo delle accuse ma lei, con i suoi occhi penetranti, aveva intuito tutto soltanto guardandomi.
“Smetti con questa recita, Pollia, sei patetica.”
Come al solito era tagliente nei suoi commenti. Diceva sempre quello che pensava e non le importava della reazione delle persone.
“Io so, sì” le dissi io.
“E hai già preso una decisione?”
“Non me ne intendo di queste cose.”
“Mi insulti, Pollia, non mi piace. So perfettamente che è probabile che tu ti sia schierata con i miei accusatori. Tu sei una schiava, dopotutto.”
“Questo non significa niente.”
“Significa che brami la libertà più di ogni altra cosa. Questo è il tuo ruolo nella vita. Perciò è lecito pensare che tu farai ogni cosa in tuo potere pur di tornare nella tua terra natale. È comprensibile ed è logico.”
“E se non fosse vero?”
“Allora saresti una strana schiava. Ne ho viste di donne a quelle aste. Ne ho viste tante. Nude, trattate come bestiame e vendute come oggetti. Allo stesso modo degli uomini.”
“E la cosa come ti faceva sentire?”
“Potente” rispose lei guardandomi negli occhi.
“Potente? Perché?”
“Perché io non sono come loro e per questo posso fare di più di loro. Questo potere posso usarlo per cambiare Roma, trasformarla in qualcosa di nuovo. Nessuno di voi schiavi potrebbe mai ottenere un simile potere, neanche se si ribellasse.”
“Uno schiavo ribelle può cambiare un intero impero.”
“Sagace,” commentò lei con un sorriso di approvazione “tuttavia è falso. Uno schiavo ribelle non avrebbe interesse a cambiare le istituzioni di una città, egli preferirebbe bruciarla e gettarla nel caos piuttosto che fare un compromesso con essa. Pensa a Spartaco. La libertà, per uno schiavo conta di più dell’ordine e per questo egli è incapace di capire come cambiare una società. Egli riduce il cambiamento ad una temporanea condizione del suo ego: o è libero o manca di libertà. Anche tu sei così Pollia.”
“E credi che questo giustifichi il modo in cui ci trattate? Parli bene, Livia, ma sai di camminare sulla schiena degli schiavi. Le persone come te sono ingiuste.”
Non l’avevo mai chiamata per nome prima e lei non ci fece neanche caso.
“Giusto e sbagliato non significano niente per me. Credi che sia giusto che una schiava viva in una villa e che possa mangiare del cibo sano e che possa dormire in un letto e che possa fare il bagno con la sua padrona, mentre un altro schiavo lavora in miniera?”
“Ma non ho scelto io di stare in questa villa.”
“Ma hai scelto di non scappare. Hai scelto di vivere in quel minimo lusso che ti era concesso piuttosto che ribellarti e ripetere le azioni di Spartaco. Quindi questo cosa ti rende? E che mi dici di quegli schiavi che sono stati liberati? Hanno mai combattuto per coloro che sono schiavi adesso? No? Allora significa che parlare di giusto e sbagliato non serve a niente.”
“E allora cosa ti interessa, imperatrice Livia Drusilla Claudia? Se non sei interessata alla giustizia a cosa sei interessata?”
“Cambiamento. Io voglio ottenere qualcosa di materiale. Voglio cambiare Roma. Sono la prima donna in questa posizione e non voglio essere l’ultima.”
“E poi? Cosa succederà poi?”
Lei sorrise. Non mi rispose. Mi disse di seguirla fuori dall’abitazione. Si era appena sollevato un vento caldo e il sole illuminava quel bellissimo ma agghiacciante volto. Livia mi guardò e mi domandò:
“Tu credi che io abbia ucciso Marcello?”
“Perché avresti dovuto farlo?”
“Forse perché era un ostacolo per far salire al trono una persona scelta da me. Forse perché era troppo spavaldo e rivoltoso per i miei gusti. Forse perché ero arrabbiata con lui per una qualche ragione triviale. Avrei avuto diverse ragioni per ucciderlo, in realtà.”
“Vuoi che io ti accusi?”
“Voglio una risposta. Sì o no.”
“Perché da me?”
“Ti conosco da tanto tempo ormai, ti considero parte della mia famiglia e so che tu conosci me, sai forse troppe cose di me. In momenti come questo il mio potere vacilla, i più stolti e i più arroganti, fanno la fila solo per screditarmi e per mettermi in cattiva luce. Non posso fidarmi di nessuno.”
“Tuo marito è l’imperatore, no? Potrebbe fare qualcosa per aiutarti.”
“Ottaviano è un grande uomo, ma non sono così sciocca da pensare che lui dia più valore a me che alla sua immagine pubblica.”
“E le matrone?”
“Sono sgualdrine. Sono finte. Non avrebbero problemi a pugnalarmi alla schiena.”
“Hai anche un circolo di persone fidate, no?”
“Sì, ed io so che stanno dalla mia parte. Quindi chi rimane?”
“Io.”
“Acuta” commentò lei con un sorriso falsamente sorpreso.
“E cosa vuoi che dica?”
“Io non lo so. Dimmi tu. Dammi una risposta. Sì o no.”
“Potrei rispondere ‘no’ per avere salva la vita, non credi?”
“Ma potresti rispondere ‘sì’ per metterti contro di me, la tua padrona.”
Non voleva lasciarmi. Mi sentivo come in una tela del ragno e lei era lì, davanti a me, in attesa di una risposta decisiva.
Io però conoscevo quella donna. Non era una sconosciuta, era la stessa Livia con cui passavo ogni momento della giornata, era la stessa ragazza che accompagnavo per le strade di Roma, ed era la stessa donna con cui mi intrattenevo in lunghi dialoghi.
Poi capii che cos’era quello. Quella domanda non me l’aveva fatta a caso. Era come un banco di prova, voleva capire chi era leale a lei e chi no e soprattutto voleva sapere fino a che punto poteva fidarsi di me. Era tutto preparato sin dall’inizio. Eravamo le uniche in quell’abitazione, gli altri erano fuori, io avrei potuto tradirla tranquillamente e andarmene, dopotutto lei era conscia di essere più fragile di me. Era ovvio. Praticamente mi aveva consegnato un pugnale e mi stava dando la possibilità di scegliere se ucciderla oppure se risparmiarla.
Non era una donna sciocca, non lo era per niente.
Io allora presi la mia decisione e le risposi:
“Non ha importanza se tu hai ucciso o no Marcello, l’importante è che non sia più in circolazione.”
Lei sorrise. Approvò la mia risposta. Mi abbracciò come una madre, mi accarezzò la testa e mi disse:
“Finalmente hai capito. Finalmente hai capito tutto, mia cara Pollia. Ora sì che posso davvero fidarmi di te.”


venerdì 23 ottobre 2020

La prima imperatrice - Tito Veturio

Ero stato mandato sul Palatino per incontrare l’imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto su richiesta di Aulo Vibio. Non avevo mai incontrato l’imperatore di persona e quando mi venne detto di fargli visita, io rifiutai; poi mi venne promessa un’ingente somma di denaro e come ogni brav’uomo Romano, e padre di famiglia, non potevo di certo rifiutare una simile offerta.
Tuttavia, a pochi passi dalla modesta abitazione sul Palatino, il mio cuore iniziò a sobbalzare dalla paura. Stavo per fare la conoscenza dell’uomo più potente del mondo e non solo, ero stato mandato con il preciso compito di fare una richiesta di denaro per pagare dei soldati che avrebbero dovuto accompagnare Aulo Vibio in un viaggio da Roma fino a Bononia, per portare delle merci di valore.
Ero davanti alla soglia pronto ad attraversarla con un piede, mi tirai indietro e ripetei a me stesso di farmi forza; non potevo concedermi il lusso di fare delle pessime figure dinnanzi all’imperatore figlio di Giulio Cesare. Ero sul punto di fare marcia indietro e tornare da Aulo Vibio, restituirgli i soldi e cambiare lavoro, quando vidi entrare un giovane uomo. Egli mi aveva ignorato all’inizio ma poi si girò verso di me e mi domandò:
“Sei un messaggero?”
“No …” risposi io con una voce roca.
“Allora come posso aiutarti?” il suo era un atteggiamento amichevole.
“Io … ehm …” Mi rischiarii la voce tossendo e poi dissi: “Sto cercando l’imperatore.”
“Allora entra. Non startene lì come uno scemo” disse sorridendo.
“Grazie.”
Entrai in quella casa che non sembrava per niente l’abitazione di un imperatore. Era piuttosto umile: non c’erano troppe decorazioni, non c’erano oggetti pregiati ed era anche più piccola di quello che avrei immaginato. Il giovane uomo mi accompagnò.
“Come ti chiami?” mi domandò.
“Tito Veturio.”
“Marco Claudio Marcello, ma tu puoi chiamarmi Marcello.”
Era il nipote dell’imperatore, ne ero sicuro. Quando venni a conoscenza della sua identità iniziai ad agitarmi ma lui, rendendosi conto della mia reazione, mi diede una pacca sulla spalla e mi rassicurò:
“Tranquillo non mordo.”
“E che mi dici dell’imperatore?”
“Lo scoprirai sulla tua pelle” disse ridendo.
Finalmente raggiungemmo quell’uomo vestito con umili abiti, simili a quelli di un plebeo, che se ne stava seduto a mangiare della frutta in silenzio. Il suo volto era asciutto, aveva i capelli bruni ben acconciati e i suoi occhi scuri stavano ammirando il panorama al di fuori della finestra. Marcello si avvicinò per primo, salutò e mi presentò:
“Questo è Tito Veturio. Vuole parlare con te.”
“Di che cosa?”
Aveva una voce più leggera di quella che mi sarei aspettato da un uomo di potere. Alcuni lo paragonavano ad una divinità, altri dicevano che era un messia, ma la sua giovane voce era poco divina e non s'addiceva ad un uomo di potere; eppure bastò un suo sguardo per mettermi in soggezione. Mi stava scrutando, stava cercando di capire che tipo fossi. Non mi fece domande, mi guardò e basta.
Il suo sguardo era intenso, non era malvagio, era pacato come quello di un saggio ma anche colmo di sicurezza; quella era l’occhiata di un uomo che sapeva di avere il mondo in mano.
Egli disse:
“Avvicinati.”
“Sono lieto di fare la sua conoscenza, imperatore Augusto!” esclamai io come un ebete.
“Certamente, ma cosa vuoi da me?”
“Io … sono qui su richiesta di Aulo Vibio. Ha bisogno di soldi per almeno venti uomini che dovranno proteggere un … ehm … un carico di merci molto preziose.”
“Di che cosa stiamo parlando?”
“Statue e vasellame. Devono essere portate a Bononia.”
“Mm.”
Augusto guardò Marcello appoggiando il mento sul palmo della mano. Guardò me e poi di nuovo Marcello.
“Non posso spendere dei soldi senza un’attenta valutazione. Chiederò alla persona che si occupa delle finanze.”
L’imperatore si sollevò e lasciò la stanza solo per un attimo. Marcello, intanto, si avvicinò a me, mi diede una lieve gomitata e mormorò:
“Bella figura.”
Era sarcastico.
“Lo so, ho fatto schifo” risposi io.
“Se lo dimenticherà. E poi anche lui tende ad essere un po’ impacciato con gli sconosciuti, è solo che cerca di non darlo a vedere.”
Livia Drusilla Claudia
Poi vidi tornare Augusto insieme ad una donna e la cosa mi lasciò di stucco. Era una giovane donna vicina alla trentina, anche lei era molto umile come l’imperatore: non indossava gioielli e i suoi vestiti erano molto scuri. Aveva i capelli di un bruno acceso e i suoi occhi erano celesti. Quando l’imperatore si sedette, lei si accomodò vicino a lui.
“Iniziamo?” domandò l’imperatore.
“E dov’è quello che gestisce il denaro?”
“Qui” rispose lui indicando la donna.
Rimasi sinceramente scioccato nell’apprendere che a gestire i soldi a casa dell’imperatore fosse proprio una donna. Lei, notando il mio atteggiamento contrariato, sollevò un sopracciglio, poi sospirò e infine disse:
“Costui è una perdita di tempo. Non darei mai dei soldi ad uno che ha la faccia di uno scriteriato.”
Aveva una voce bellissima ma quello che disse fu talmente veloce e tagliente da lasciarmi senza parole.
“Ne sei sicura, Livia?”
“Sicurissima. Abbiamo finito, quindi?”
Il nome di quella donna era Livia, quindi lei era l’imperatrice Livia Drusilla Claudia. Avevo sentito parlare di lei, sapevo ad esempio che molte matrone la rispettavano tantissimo, talmente tanto da volerla emulare; ma non avevo mai visto quegli occhi penetranti come quelli di un lupo e scaltri come quelli di una volpe.
Livia era sul punto di andare quando Marcello intervenne in mio favore:
“In realtà lui rappresenta qualcun altro.”
Lei lo fulminò con gli occhi e disse, freddamente:
“E chi? Un qualche stolto che vuole farci sprecare denaro come plebei nella taverna? Il tesoro di Roma non verrà sperperato da inetti.  Spero di essere stata abbastanza chiara, Marcello.”
“Chiarissima, tuttavia qui si sta parlando di statue e vasi.”
“Esattamente!” esclamai io.
“Ma davvero? E dove dovrebbero arrivare?”
“Bononia. Ma si tratta di un carico troppo prezioso per rischiare di farlo viaggiare senza l’adeguata protezione.”
“E il tuo capo? Non potrebbe pensarci lui?”
“Lui è molto pignolo e, se devo essere sincero, è un po’ paranoico … comunque desidera avere dei soldati esperti non dei banalissimi mercenari.”
“E noi cosa ci guadagniamo?”
Lei era davvero una scheggia a fare delle domande ed io faticavo a tenerle testa; stavo letteralmente sudando come in una giornata estiva.
“Le statue … che ...” persi le parole per un attimo.
“Coraggio,” disse lei “convinci questa donna a investire su di te, sempre che tu ci riesca. Diffido sempre degli incompetenti, sono loro che creano problemi.”
“Le statue … rappresentano sia l’imperatore che lei, mia imperatrice, ci sono anche statue di Giulio Cesare e il vasellame ha dei ritratti mitologici. Il beneficio non sarà monetario ma alimenterà la vostra fama. È un contributo al vostro potere.”
Lei rimase in silenzio.
“Che ne pensi?” domandò Marcello.
“A me sembra accettabile” aggiunse Augusto.
Lei non aveva ancora detto una parola. Mi guardò con quegli occhi perforanti, strinse di poco le palpebre e abbassò le sopracciglia; mi stava studiando come un lupo che si prepara ad azzannare la preda.
In quel momento entrò un altro uomo che doveva parlare con Augusto, l’imperatore si alzò e ordinò a Marcello di seguirlo in un’altra stanza. Rimasi da solo con Livia.
Lei era in piedi e continuava a fissarmi. Mi agitai e la prima cosa che feci fu guardare verso l’uscita, ero pronto a buttarmi fuori da quella casa.
“Come ti chiami?” domandò Livia.
“Tito … Veturio” risposi io, con un modo un po’ impacciato.
“Mi ricorderò di questo nome. Sembri un cretino ma forse è solo l’apparenza.”
“Quindi …”
“Dì al tuo capo che avrà i soldi per quelle guardie.”
“Grazie. Apprezzo moltissimo questa gentilezza.”
Mi voltai per uscire.
“Veturio,” disse lei “un’ultima cosa.”
“Sì?”
“Ho visto come mi guardavi, so che forse non ti piace l’idea di avere a che fare con una donna di potere ma sappi questo: io sono la prima e non sarò l’ultima. Un giorno, a Roma, donne e uomini regneranno fianco a fianco con pari poteri e quel giorno una nuova alba splenderà sul mondo.”
“Un bel sogno, su questo non ci sono dubbi.”
“Credi che sia solo un sogno?” mi chiese sorridendo con compassione.
“Trovo che sia complicato, tutto qui.”
“Qualcosa che è complicato non è impossibile. Guardami negli occhi, guarda chi sono e dimmi ancora che è solo un sogno ciò che voglio costruire.”
Non seppi cosa dire a quel punto. Non aveva torto. Lei era arrivata dove nessuna donna Romana era riuscita a giungere, aveva conquistato una posizione di potere che nessuna donna Romana aveva mai ottenuto. Forse lei rappresentava davvero l’inizio di qualcosa di nuovo.
Lasciai quell’abitazione con la chiara immagine, nella mia testa, dei suoi occhi celesti, penetranti, intelligenti e potenti.
Alla fine diedi la buona notizia ad Aulo Vibio e la spedizione fu un successo. Non mi si presentò più l’occasione per visitare la modesta abitazione sul Palatino. Diversi anni più tardi venni a conoscenza della triste morte di Marco Claudio Marcello, cosa che mi lasciò con dell’amaro in bocca, e l’imperatrice venne sospettata di averlo assassinato. Io non ero fra quelli che dubitavano della sua sincerità, anzi, non avrei mai potuto accusare una figura come lei; andando avanti con gli anni, nella mia mente, si delineò l’immagine di un’imperatrice perfetta e pura come una vestale; alla fine venni persino travolto dalle crisi d’amore tipiche di un uomo che non ha quello che desidera. Volevo rivederla. Volevo rivedere quella donna perfetta, quella perfetta imperatrice. Volevo parlare ancora con lei.
Rinunciai alla famiglia e ai figli pur di stare da solo con l’immagine dell’imperatrice perfetta che, nella mia mente, mi stava attendendo nella sua umile abitazione.
Ma non la rividi mai più.