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martedì 6 luglio 2021

Capitolo 3 : Ingrato

Urla di dolore rimbalzavano in quella camera di mattoni illuminata di un rosso vermiglio. Un uomo, completamente nudo, era sdraiato sul terreno con le braccia e le gambe aperte. Egli, posizionato sopra un simbolo demoniaco disegnato sul pavimento con il sangue, piangeva e supplicava di non essere ucciso. Non poteva muoversi. Non poteva scappare.
Cinque individui, con maschere bianche e abiti sacerdotali neri, mormoravano delle preghiere in una lingua sconosciuta all’uomo.
Per ogni verso della preghiera che veniva completato il simbolo si illuminava e il corpo di quel povero uomo veniva attraversato da forti scariche di dolore.
Giunse Valentus Polaris.
Egli si avvicinò ad un tavolo dal quale prese un vecchio tomo che sfogliò un paio di volte. Prese un candelabro di bronzo; accese tutte e tre le candele e allora le preghiere si conclusero. I sacerdoti ruppero il cerchio che avevano formato attorno all’uomo e lasciarono passare Valentus; egli appoggiò il candelabro vicino alla testa del prigioniero.
«Il momento è giunto» disse Valentus con un tono trionfale. «Questa notte faremo nascere Rahav il Conquistatore. È tutto pronto.»
«Vi … prego … abbiate pietà di me …» piagnucolò quella povera vittima. «Non ho fatto niente …»
Valentus trattò le parole di quell’uomo come le opinioni di una formica. Non degnò quel prigioniero neanche di uno sguardo. Senza rabbia e nemmeno odio, procedette a compiere il rituale.
Alzando le mani, Valentus esclamò con voce soave:
«Ata nunfaan paradon, paradon nunfaan kos, kos ista un’haan milata. Kos istansul olgan dalakai. Kos istansul orfan dalakai. Dalaka! Edunaan ista Rahav Gorai! Dalaka! Ilaan olgan!»
Le urla di sofferenza del prigioniero si fecero sempre più forti. Il petto di lui si gonfiò. Le ossa del suo torace si stavano spaccando una dopo l’altra; dalla bocca sgorgava sangue e intanto il corpo si dimenava violentemente. Le urla cessarono. In un istante il petto dell’uomo si aprì e fuoriuscì questa figura di sangue anonima che poco alla volta ottenne la forma di un mostro per metà cavallo.
Valentus, con tono soddisfatto, asserì, rivolgendosi ai suoi compagni:
«Signore e signori … vi presento Rahav il Conquistatore, uno dei più grandi condottieri demoniaci del Caos.»

L’energia sprigionata da questo terribile rituale terrorizzò la fauna del Bosco delle Ninfe … persino Immanuel percepì qualcosa di anomalo. Un brivido di freddo percorse il suo corpo e sentì l’aria mancare per qualche secondo. Il suo primo pensiero fu: “Devo muovermi!”.
Corse imprudentemente nel bosco e mise un piede in una buca. Cadde dentro una voragine e finì all’interno di un’immensa grotta. Sbatté contro una parete di roccia … poi contro un’altra e alla fine atterrò in uno stagno d’acqua. Per fortuna aveva protetto la testa.
Immanuel si alzò con difficoltà, le braccia e il corpo erano doloranti e forti crampi gli impedirono di abbandonare subito l’acqua. Prese respiro e alzò il capo; fece una stima mentale della distanza percorsa in caduta … forse erano dieci metri o venti, non ne era sicuro ma sapeva di non poter risalire la parete di roccia.
Si guardò attorno. Il buio profondo nascondeva sotto il suo mantello l’identità di quella caverna. Immanuel imprecò qualche volta prima di abbandonare l’acqua e di riordinare le idee.
L’uomo si rialzò e senza esitazione si avventurò nella grotta.
Camminò per trenta minuti buoni senza incontrare niente e nessuno. La strada era tortuosa, ricca di ostacoli e abitata da topi, ragni e anche serpenti, ma Immanuel non si fermò. Procedette senza sosta nell’oscurità.
Un ruggito demoniaco risuonò nella grotta. Immanuel si fermò. Strinse i pugni. Si preparò al peggio. Senza paura riprese a camminare, conscio che se il pericolo fosse stato presente sicuramente non si sarebbe fatto attendere.
L’uomo si avventurò in cinque minuti di puro silenzio.
Immanuel di BikoWolf
Smise di camminare.
Non era normale quella quiete. Immanuel chiuse gli occhi per concentrarsi solo sull’udito. I suoi occhi erano inutili mentre le sue orecchie erano più che essenziali. Percepì dei rumori che venivano da lontano; si stavano avvicinando a lui. Non poteva sbagliarsi: erano strepiti di zoccoli. Probabilmente tre o quattro Pale-Lilin lo stavano cercando; avevano sentito il suo odore e gli stavano dando la caccia.
Immanuel aprì gli occhi. Riprese a camminare.
Al quarto passo il silenzio venne infranto. Una bestia saltò fuori dall’oscurità e con gli artigli tentò di strappare la faccia a Immanuel; l’uomo si abbassò e quando ebbe il demone alle sue spalle, si girò per iniziare a combattere.
Ma un altro Pale-Lilin arrivò e aggredì Immanuel alla schiena. Gli artigli ferirono l’uomo, ma lui non permise a sé stesso di cedere al dolore. Contrattaccò senza esitazione.
«An Sich
Il pugno avvolto dall’energia celeste fece esplodere il demone. L’altro Pale-Lilin, che si trovava davanti a Immanuel, stava per essere aiutato da un secondo ed un terzo. L’uomo sapeva che affrontarli tutti sarebbe stato un suicidio. Si toccò il petto ed esclamò:
«Anschauung!»
Il suo corpo venne avvolto da un’energia azzurra. I demoni, prima aggressivi, si fermarono. Erano come persi. Non riuscivano più a percepire Immanuel.
L’uomo sapeva di avere a disposizione solo trenta secondi e quindi si avvicinò ai due Pale-Lilin che erano appena arrivati.
Nessuno poteva vederlo, nessuno poteva sentire il suo odore o percepire i suoni dei suoi passi. Immanuel era completamente sparito dalla prospettiva dei demoni; questi non sapevano che egli in realtà si stava preparando ad eliminarli tutti con una mossa decisiva.
Immanuel aveva bisogno di essere ad almeno un metro dai demoni per poterli bloccare con la sua Magia. Al momento giusto egli esclamò:
«Begrenzung!»
Un cerchio magico di color cobalto circondò Immanuel ed anche i due Pale-Lilin. Il terzo demone, quando vide Immanuel comparire, si lanciò contro di lui ... ma facendo così cadde sotto l’effetto di quella Magia e venne paralizzato.
«Bella partita, demoni … ma il gioco è finito. An Sich - Totalität!»
L’uomo colpì il cerchio magico con il pugno. Tutte le creature che erano state paralizzate esplosero. Nel giro di qualche secondo, di tre demoni erano rimasti solo pezzi di carne e pozze di sangue.
Nonostante la vittoria, Immanuel non si sentì bene; l’uso di quattro Magie lo aveva stancato. I forti dolori alla testa, simili a nevralgie, lo stavano mettendo in allerta. L’unico modo per evitare un peggioramento dei sintomi era evitare di usare altre Magie.
L’uomo vagò senza una chiara meta, ma il suo cammino venne bruscamente interrotto da dei giramenti di testa. Si dovette fermare. Si sedette su una roccia e si massaggiò le tempie tenendo gli occhi chiusi. La nevralgia si fece un po’ più forte ma poi scemò e infine scomparve.
«Così non andrà via» disse una voce femminile.
Immanuel si girò e rimase scioccato nell’apprendere che c’era qualcun altro lì con lui. Si trattava di una ragazza pallida con due occhi di color sangue e i capelli neri. All’apparenza poteva sembrare una bambina ma Immanuel capì subito che la persona che aveva davanti non era neanche umana.
Con un modo di fare ostile, l’uomo si alzò ed esclamò:
«Credevi di ingannarmi, vampira?!»
«Ahah! Se credi che io voglia farti del male, allora sei sulla strada sbagliata. Non ho intenzione di combatterti.»
«Dammi una ragione per crederti, vampira. Quelli come te servono i demoni, non siete amici degli umani.»
«Vuoi una ragione per credermi, băiat?» (Nota: băiat = ragazzo in rumeno)
La ragazza raccolse una pietra delle dimensioni di una mano. La passò a Immanuel e cordialmente gli fece una richiesta:
«Riesci a romperla?»
Lui neanche ci provò e, lanciandola ai piedi della ragazza, esclamò bruscamente:
«Vai al diavolo. Non ho intenzione di stare ai tuoi giochi.»
La ragazza, senza replicare, raccolse il sasso e, con una sola mano, lo sgretolò. Immanuel non mosse un muscolo.
«Stai cercando di minacciarmi?» domandò lui.
«Sto chiarendo le nostre differenze. Per come sei ridotto adesso, non sei una minaccia per me. Sei debole, stanco e al buio. Sei in totale svantaggio contro di me, băiat. Se io avessi voluto ucciderti, lo avrei già fatto» spiegò lei.
Non poté contraddirla. Aveva ragione.
«Allora che cosa vuoi, ragazzina?»
«Non sono una ragazzina» disse infastidita. «Il mio nome è Morgana. Morgana Crowley. Tu invece come ti chiami, băiat?»
«Immanuel.»
«Cognome?»
Lui alzò il dito medio in risposta. Le guance di lei si gonfiarono dalla rabbia.
«Per tua informazione, băiat, io ti sto tenendo in vita per compassione. Dovresti ringraziarmi mostrandomi un po’ più di gentilezza.»
«Ti prometto che quando tornerò in forze ti darò una morte veloce» disse lui.
«Non farmi pentire di averti salvato, non ti conviene.»
«Non so neanche perché lo hai fatto. Da quello che so potresti anche essere la serva di qualche demone … o di Valentus Polaris.»
All’udire quel nome le sopracciglia di Morgana si inarcarono. Con un tono conciliante domandò:
«Come fai a conoscere quel nome
«Quindi avevo ragione. Tu lavori per lui.»
«No, no! Ti sbagli. Hai completamente sbagliato» esclamò lei scuotendo la testa. «Lui mi sta dando la caccia.»
«Perché?» indagò.
«Beh, è complicato. Mm … quanto sai del Caos?»
«So quello che mi serve sapere: è una dimensione infernale, la culla di tutti i demoni.»
«Non hai torto … ma non è così semplice» corresse lei. Morgana si sedette dirimpetto a Immanuel e spiegò: «Il Caos, come lo chiamiamo noi, è, di fatto, un impero. I demoni lo chiamano “Sheolydaar” che si traduce in “Impero di Sheol”. Esso non è tanto diverso da quegli imperi che hanno plasmato la storia dell’umanità, l’unica differenza è che esso è destinato ad essere eterno
«Ne parli come se fosse una certezza» commentò lui beffardo.
«L’impero venne istituito centinaia di migliaia di anni fa da Sheol. Lei regna su ogni demone da centinaia di migliaia di anni. Fu lei a plasmare la realtà del Caos regalando ad alcuni demoni specifici titoli nobiliari assieme a poteri particolari. Maggiore è il titolo nobiliare maggiori saranno i poteri. In questo modo,Sheol, si guadagnò la lealtà della maggioranza dei demoni.» Fece una breve pausa. «I demoni ribelli andavano, invece, incontro alla morte certa. Con i suoi poteri conquistò interi pianeti in meno di un secolo. Sheol ha sottomesso chiunque. Tutto il Caos è nelle mani di Sheol.»
«Questo però non risponde alla mia domanda» disse Immanuel infastidito.
«Come saprai già, băiat, noi vampiri serviamo i demoni. Ma non serviamo demoni qualsiasi. Noi facciamo giuramenti di fedeltà a Principi Infernali e Re Infernali. Ogni volta che questi abbandonano il Caos per raggiungere la Torre, noi vampiri siamo obbligati a servirli fino alla morte. Ma la nostra fortuna è che non possono comandarci se sono nel Caos.»
«Però adesso le cose stanno cambiando, non è così?»
L’acume di Immanuel sorprese Morgana.
«Sì» rispose lei «è così.» Poi aggiunse: «C’era una sorta di equilibrio, all’inizio. L’unico modo che avevano i demoni per raggiungere la Torre era attraverso l’Albero del Caos … ma l’Albero cresce una volta ogni cento anni. Quindi questo significava, prima, che i vampiri erano costretti a servire i demoni solo all’arrivo dell’Albero del Caos.»
«Ma adesso i demoni hanno trovato un altro modo per raggiungere la Torre.»
«No, ti sbagli» disse lei. «Non sono i demoni ad aver trovato il modo. La colpa è della Confraternita di Polaris. Stiamo parlando di sacerdoti esperti nell’arte proibita della demonomanzia, essi sono stati adunati da Valentus Polaris e praticano dei rituali per evocare i demoni.»
«Figlio di una megera» borbottò Immanuel. «Senti, ragazzina, cos’altro sai? Hai mai sentito parlare di una certa Atalya?»
«Chi?»
«Lascia perdere. Nessuno di importante.» Immanuel abbandonò la roccia ma prima di andarsene porse un’ultima domanda a Morgana: «Hai mai sentito parlare di un demone chiamato Hush de Void?»
«No, mai sentita nominare.»
«Capisco … beh, grazie.»
Immanuel riprese il suo cammino ma Morgana gli bloccò la strada.
«Dove credi andare in quelle condizioni?» protestò lei.
«Spostati, ragazzina» disse Immanuel freddamente.
«Non sono una ragazzina! Sono matura!» esclamò calpestando il piede dell’uomo.
«Ahia! Piccola impertinente-!»
Immanuel tentò di colpire Morgana ma la ragazza schivò agilmente il pugno e, con una velocità sovraumana, contrattaccò con un calcio che fece volare l’uomo contro la parete di roccia.
«Forse non ti è ben chiaro, băiat, che sei debole. Non riuscirai mai a sconfiggere Valentus in quelle condizioni.»
«Ho soltanto bisogno di riposare» asserì lui rialzandosi affannosamente.
«Vieni con me» disse sospirando.
«Cosa-?»
«Vieni con me!» ripeté stizzita.

Morgana portò Immanuel fuori dalla caverna. Attraversando il Bosco delle Ninfe, l’uomo si rese conto che si stavano allontanando da Valentus Polaris. Egli protestò ma lei lo ignorò e lo condusse dinnanzi a questo immenso albero dal tronco che poteva avere un diametro di una quindicina di metri. Immanuel riconobbe subito quel gigante di legno; attorno all’albero si apriva un grande lago di un color ciano che emanava una luce propria.
«Lo conosci?» domandò Morgana.
«Sì, è una fonte di ápeiron. L’abbiamo usata, io e i miei compagni d’arme, durante la Guerra della Breccia.» Fece una breve pausa. «Serve per ripristinare la Forza Odica.»
«Esatto.»
Ápeiron, l’elemento primordiale alla base di ogni cosa. Una materia indeterminata, indefinita e infinita. Ciò che vedeva Immanuel non era ápeiron puro, altrimenti non avrebbe potuto percepirlo in nessun modo; quello che stava vedendo era una sintesi dell’ápeiron prodotta dall’immenso albero.
Immanuel sapeva, attraverso gli insegnamenti ricevuti quand’era un pargolo, che gli alberi come quello venivano chiamati Ancore; questi, attraverso la Radice, accumulavano l’ápeiron e, tramite i frutti che cadevano dai rami, formavano questi laghi splendenti.
Il liquido non era altro che il risultato di una trasformazione dell’ápeiron che era avvenuta all’interno dell’Ancora.
Morgana di BikoWolf
Immanuel sapeva già cosa fare. Si tolse i vestiti e, una volta nudo, si immerse nell’acqua.
Quell’acqua splendente non era né troppo calda e nemmeno troppo fredda; non bagnava e non era abitata da alcuna creatura.
L’uomo sentì i dolori svanire, la mente si stava rilassando e le ferite si stavano rimarginando. Galleggiare in quelle acque gli dava una sensazione di beatitudine.
Nel giro di una decina di minuti, l’uomo abbandonò il lago; sul suo corpo rinvigorito non erano rimaste né cicatrici né tracce di sporco.
Morgana, che si era accomodata sulla riva, porse gli abiti a Immanuel e, con lo sguardo, esigette un ringraziamento. Il silenzio di lui venne punito con un dispetto: la ragazza si rifiutò di consegnare gli abiti e si allontanò da Immanuel.
«Cosa stai facendo?!» protestò lui infastidito.
«Dopo tutto quello che ho fatto per te, mi merito un ringraziamento come minimo. Non ti chiederò di scusarti per prima, anche se dovresti, ma pretendo della gratitudine.» Esibì i vestiti e li fece dondolare, poi aggiunse: «Altrimenti mi sa che dovrai affrontare Valentus senza questi
«Non credi di essere un po’ immatura?»
«Come osi?!» tuonò lei a voce alta. «Sarei io quella “immatura”? Sei tu quello che non riesce neanche a mostrare un minimo di gratitudine per la persona che ti ha aiutato
«Oh, avanti! Non fingere di essere una brava persona!» esclamò lui. «Lo sappiamo entrambi che voi vampiri non siete mai stati alleati dell’umanità. Siete creature malvagie, prive di dignità e di rispetto per coloro che vi circondano. Siete creature egoiste, siete manipolatori, serpenti a sonagli nonché mostri assettati di sangue! Scommetto quello che vuoi che tu non sei altro che la cagna di qualche Re Infernale!»
Ci fu un momento di silenzio.
Lei sbarrò gli occhi dallo shock. Non disse niente. Le sue sopracciglia si aggrottarono, i suoi occhi si tinsero di puro odio … ma anche di tristezza.
Morgana lasciò cadere gli abiti a terra. Voltò le spalle a Immanuel.
«Addio» mormorò con rancore.
La ragazza corse nel bosco.
Immanuel, rimasto da solo, si avvicinò a quegli abiti e ripensò a quell’espressione che si era dipinta sul volto di Morgana. Un forte senso di colpa pugnalò il suo cuore. Sentì di avere esagerato e di essersi comportato come un zotico.
Dopo essersi rivestito, Immanuel si avventurò nel Bosco delle Ninfe per cercare Morgana e farsi perdonare.
Nel bel mezzo della ricerca, Immanuel avvertì una strana presenza. C’era odore di demone dell’aria. Sentendo il rumore di zoccoli provenire dalla boscaglia, si preparò ad affrontare un Pale-Lilin, ma poi, con sua sorpresa, vide sbucare questo demone di almeno quattro metri. Un mostro per metà cavallo, con un volto deformato e con una chioma violacea. Il demone brandiva in una mano una possente ascia da guerra e nell’altra stringeva per la gola Morgana.
La ragazza venne lanciata contro un albero.
Immanuel, immediatamente, raggiunse la vampira per assicurarsi che stesse bene. Lei aprì gli occhi e, debolmente, domandò:
«Cosa … ci fai qui?»
«Sono qui per aiutarti …»
Lei pianse.
«Devi andartene, băiat … questo demone non è come gli altri …»
«Staremo a vedere» esclamò con una voce che traboccava di sicurezza.
Immanuel, quindi, si voltò verso quell’orribile creatura e, correndo verso di lui, sferrò il suo colpo:
«An Sich!»
Sarebbe bastato quel singolo pugno per finire il combattimento. Un pugno e il demone sarebbe morto.

«Rückblende.» Due fauci, al centro del volto del demone, si erano aperte per emettere quelle tetre parole.
La creatura scomparve, come uno spettro, lasciando di sé un’immagine trasparente. Immanuel colpì quel fantasma ma non accadde niente.
Nel giro di pochi secondi, si sentì un boato e quell’immagine del demone, che era rimasta immobile, iniziò a contorcersi … a dilatarsi … ad allungarsi … e poi, in un battito di ciglia, il demone tornò alla sua esatta posizione di prima e non era più trasparente come un fantasma.
Il demone, con la sua ascia, menò un fendente che tagliò la pancia di Immanuel. L’uomo emise un grido di dolore e cadde a terra sanguinante.
«Pensavi davvero di essere più forte di me, Guardiano?» domandò quella voce cupa e mostruosa.
Morgana tentò di avvicinarsi a Immanuel per aiutarlo ma venne immediatamente colpita dai pesanti zoccoli del demone.
«Di te mi occuperò dopo, vampira. Sarò lieto di divorare la tua anima nel nome di Sheol. Ma prima mi occuperò del tuo nuovo amico …» Colpì Immanuel con una zoccolata. «Cosa succede, mortale? Dov’è finito il coraggio che avevi poco fa? Ti sei reso conto di essere un folle?»
«Chi … sei … tu?» domandò Immanuel con le poche energie che gli rimanevano.
«Non lo sai? Ebbene lascia che mi introduca: io sono il comandante di dieci legioni demoniache, sono il condottiero che guidò l’avanzata su Alkiesh nel Quarto Secolo di Sheol e che mise a ferro e fuoco decine dei vostri insediamenti durante la Guerra della Breccia. Io sono il Barone Infernale Rahav il Conquistatore.»

martedì 8 giugno 2021

Capitolo 2 : Milawata

«Immanuel?»
Era una voce famigliare. La voce di un’amica. Quando Immanuel aprì gli occhi si trovò davanti la faccia di Selene Renier. Lo sguardo ansioso di lei lo incitò ad alzarsi velocemente.
«Sto bene … sto bene» esclamò pulendosi la giacca.
«Perché sei qui? Pensavo che fossi andato a fermare Galorian.»
Lui non rispose subito. Non sapeva come dirle quello che aveva vissuto, non sapeva neanche come avrebbe reagito.
Immanuel si allontanò da Selene con un modo impacciato. Lei, con un’acutezza degna di un’aquila, intuì subito che l’amico le stava nascondendo qualcosa di grave; non gli fece pressioni. Accennando alla porta di legno alle sue spalle, domandò:
«Vuoi bere qualcosa?»
Lui assentì ed i due abbandonarono quell’abitazione di pietra.
Milawata era un’area della Torre abitata da centinaia di edifici che sembravano essere figli dell’Antica Grecia. Attorno a quell’insediamento sorgeva il Bosco delle Ninfe.
Le persone che vivevano a Milawata indossavano abbigliamenti di varie salse: c’era chi preferiva indumenti all’antica e ovviamente c’erano anche coloro che portavano vestiti più moderni.
Immanuel, sentendo un caldo marittimo mescolato con un sottile odore di costa, venne colpito da una forte nostalgia.
«Bentornato a casa, Immanuel» disse Selene.
«Casa dolce casa …» mormorò lui assaporando con gli occhi la bellissima Milawata, illuminata dal sole.
«Molte cose sono cambiate da quando sei partito» asserì lei. «Quanto tempo è? Sette, nove mesi? Il tempo è volato.»
«Come mi hai trovato?» domandò lui interessato.
«Eri sdraiato sul pavimento di casa mia. Eri addormentato. Quando sono rientrata ti ho trovato lì. Ma come ci sei arrivato? È un nuovo potere? È stata opera di Galorian?»
«No … è … complicato.»
«Lo immaginavo. Non hai intenzione di spiegarmi che cosa è successo?»
«Prima sediamoci … è una storia lunga» rispose lui.
I due entrarono in una taverna. Il proprietario accolse Immanuel con lo stesso affetto di un padre commosso; ad entrambi offrì il tavolo migliore, su una terrazza con una buona panoramica. Quando i due boccali di birra raggiunsero la tavola, iniziarono le domande di Selene:
«Puoi spiegarmi che cosa è successo? Sei riuscito o no ad uccidere Galorian?»
«No» rispose lui con rammarico. «Ho fallito.»
«Allora … cosa ci fai qui?» domandò confusa.
«Ecco … è … difficile da spiegare …»
«Tu fallo» ordinò lei con uno sguardo autoritario.
«Ero riuscito a trovare Galorian a Twangste, dopo mesi di ricerca. Avevo preparato un piano per ucciderlo ma le cose non sono andate per il meglio, anzi, la mia intera strategia è stata completamente neutralizzata.»
«In che senso?»
«Galorian si è fatto costruire una specie di arma che è in grado di inibire i nostri poteri.»
Lei non disse niente, ma i suoi occhi esprimevano un dubbio gravemente marcato.
«Lo so, è difficile da concepire» fece lui grattandosi il capo. «Ma è così e … beh, non è tutto.»
«Cos’altro c’è?»
«Sono morto.»
Calò un silenzio da funerale. Selene aveva gli occhi e la bocca spalancati. Non emise neanche un verso.
«Sono stato ucciso da Galorian ma … sono stato riportato in vita.»
«Sì …? Ehm … e chi è stato a …»
«Una certa Hush de Void. Non saprei come definirla … forse è una specie di divinità, ma mi ha dato una seconda possibilità che non ho intenzione di sprecare.»
«Quindi sei qui per vendicarti?»
«Già … se solo fosse così semplice …» borbottò lui.
«Cosa significa?»
«Hush de Void vuole che prima io faccia qualcosa per lei, altrimenti mi farà esplodere. Letteralmente.»
Selene fece un respiro profondo e svuotò il boccale di birra in un unico sorso. Non appena il boccale picchiò contro il legno, lei esclamò:
«Queste sono tante cose da digerire, Immanuel. Un po’ troppe …» Una breve pausa. «Tanto per cominciare, non ho mai sentito parlare di questa Hush de Void. Non credo che sia una divinità. Ci sono solo sette dèi, e nessuno di loro porta quel nome.»
«Lo so. Mi rendo conto che sia difficile credermi sulla parola … ma tutto quello che ti sto dicendo è vero.»
«Non capisci, non è un problema di fiducia …» fece lei dopo aver rubato il bicchiere di Immanuel. Consumò anche la seconda dose di birra. «Io mi fido di te, mi sono sempre fidata di te. Insieme, io e te, abbiamo combattuto contro demoni di ogni tipo e abbiamo protetto il Sacro Fuoco. Ma sentirti dire che sei morto è … strano. Insomma, io ti ho visto affrontare nemici peggiori di Galorian. Come ha fatto quel verme a …» si corresse «giusto, ha usato quell’arma di cui hai parlato. Ma come l’ha ottenuta? Gli è stata regalata insieme alle sue palle?»
«Demoni. Da quello che so c’è lo zampino di un demone chiamato Agares.» Fece una breve pausa seguita da un pesante sospiro preoccupato. «Senti, Selene, il Sacro Fuoco … è ancora protetto dal Muro di Gaia?»
«Sì, perché?»
«Galorian vuole spegnere il Sacro Fuoco. Ecco perché si alleato con Agares.»
«Figlio di-!» Selene lanciò il boccale di vetro giù dalla terrazza. Il suo volto, dipinto dalla rabbia, si placò dopo qualche minuto. La donna tirò un sospiro nervoso. «Dobbiamo fermarlo.»
«Lo so.»
«Noi siamo stati scelti per difendere il Sacro Fuoco dalle forze del Caos.»
«So anche questo.»
«Ma sono passati due anni dalla Guerra della Breccia. Avevamo distrutto l’Albero del Caos. Come ha fatto Agares ad entrare nella Torre?»
«Non lo so» rispose amareggiato. «Non ne ho idea. Senza l’Albero del Caos, nessun demone può entrare nella Torre. Eppure … eppure Agares ha trovato un modo, ed ora collabora con Galorian.»
Selene abbandonò il tavolo senza dire una parola.
Immanuel seguì l’amica fuori dalla taverna e in casa di lei. Selene prese da un vecchio baule il suo fidato arco, con il quale aveva ucciso centinaia di creature immonde, e, con uno sguardo determinato, asserì:
«Poniamo subito fine a questa storia. Qualsiasi cosa sia successa, non possiamo lasciare che un demone attacchi il Muro di Gaia. Il Sacro Fuoco deve rimanere acceso.»
«Hai ragione, ma io non posso aiutarti. Devo prima portare a termine l’incarico che mi è stato assegnato» disse senza nascondere il suo rammarico.
«L’ho capito subito, ma questo non cambia le cose. Tu per primo dovresti sapere quanto è stato difficile ergere quella muraglia magica. Se dovesse essere distrutta … sarebbe la fine» concluse con un tono cupo.
Lei aveva ragione. Immanuel lo sapeva. Ovviamene l’idea di lasciar partire la sua migliore amica lo rattristiva, ma non poteva impedirle di proteggere il Sacro Fuoco. Per questo erano stati scelti dai Sette Divini, il loro scopo era quello di difendere il Sacro Fuoco da ogni minaccia.
Selene stava soltanto svolgendo il suo dovere. Immanuel ne era conscio; mise a tacere il suo sconforto e, appoggiando una mano sulla spalla della donna, disse:
«Non ti impedirò di andare … ma non andarci da sola. È un suicidio.»
«Non sono stupida» borbottò lei. «So perfettamente che avrò bisogno di rinforzi.»
Selene abbandonò l’abitazione insieme all’amico.

Il Bosco delle Ninfe era abitato da altissimi castagni, tozzi ciliegi e antiche querce. Avventurarsi per quelle strade terrose non era pericoloso, al massimo si poteva rischiare di incontrare dei lupi … ma questi non erano mai propensi ad attaccare gli umani.
L’ululato del fresco vento trasportava quell’aroma selvatico che placava il turbato animo di Immanuel.
La sua mente venne abbracciata da immagini di lui e Selene, bambini, che giocavano assieme nel verde.
«Ti ricordi il nostro primo cervo?» domandò Immanuel con lo sguardo assorto nei ricordi.
«Sì» rispose lei sorridendo. «Io ricordo che tu non eri mai stato bravo a cacciare, mentre io ero stata educata da mio padre.»
«Ruppi la corda dell’arco almeno quattro volte.»
«Avvistato il cervo, facesti: “Ci penso io, ci penso io” e, tirato fuori l’arco, strappasti la corda e mi guardasti con due occhioni lucidi» si mise a ridere.
«Non era colpa mia. Erano gli archi ad essere …»
«… troppo fragili» finì la frase con lui. «Ahah! Bei tempi, davvero … era tutto più semplice in passato.»
«Già» fece lui nostalgico. «Se solo si potesse tornare indietro …»
«Non dire questo. Lo sai che non mi piace» rimproverò con gentilezza. «Va bene pensare al passato, ma non possiamo vivere bramando costantemente di tornare indietro. Ciò che è accaduto è accaduto. Dobbiamo andare avanti e vivere la nostra vita.»
«Com’è che recitava il Libro della Verità?» Rifletté un attimo. «Ecco: “Cinquecento anni di vita ti aspettano, cinquecento anni di servitù farai; cinquecento anni di lealtà e amore verso i Sette Divini. Vivi. Muori. Vivi. Muori. Sempre proteggendo il Lume della Ragione”.»
«Questa è la nostra vita. Non possiamo lamentarci.»
Immanuel preferì tacere la verità che aveva imparato da Hush de Void, la verità concernente la reincarnazione. Non aveva intenzione di turbare l’amica, soprattutto non prima di una missione importante.
I due si fermarono ai piedi di un lago cristallino: il Lago delle Ninfe. A destra, su una banchina alle cui spalle era stata eretta un’umile abitazione in legno, c’era un giovane pescatore dal fisico atletico e scuro.
«Ecco perché siamo qui ...» disse Immanuel a bassa voce.
«Se devo andare a caccia di demoni, dovrò portarmi dietro Hortio» asserì lei.
I due avvicinarono il giovane Publius Hortio. Quando egli, immerso nella pesca, vide arrivare i due ex compagni d’arme, fece un salto di gioia e li abbracciò entrambi. Selene fu più propensa di Immanuel a ricambiare l’abbraccio.
«Quanto tempo! Sono lieto di rivedervi!» esclamò lui pieno di entusiasmo.
Hortio, senza troppi indugi, condusse i due nella baracca.
Selene si accomodò su una panchina di legno mentre Immanuel preferì stare in piedi. Publius offrì ad entrambi della zuppa di pesce; solo Selene la mangiò; Immanuel preferì lasciare la scodella sul tavolo.
Publius, dopo essersi seduto, lanciò il suo sguardo a Immanuel.
«Quindi, perché tu sei qui?»
«Tu partirai con Selene e affronterai-»
«Da quando prendo ordini da te?» domandò con tono di sfida. «Non sei mai stato il mio comandante, non presumere di avere qualche autorità su di me.»
«Tu farai il tuo dovere, Hortio» affermò tenendo le braccia conserte.
«Quindi … fammi capire: tu te ne vai per dieci mesi senza dire niente a nessuno, poi ritorni qui e pretendi di avere il diritto di dirmi cosa devo fare?» Fece una breve pausa. «Non hai nessun rispetto per me. Almeno Selene si è degnata di farmi visita una volta al mese, tu dove sei stato?»
«A vendicare la morte di mio fratello!» esclamò Immanuel furente.
«Basta!» tuonò Selene. «Tutti e due! Siamo compagni d’arme, per l’amor dei Sette! Abbiamo affrontato legioni di demoni nella Guerra della Breccia e insieme, noi tre, abbiamo distrutto l’Albero del Caos e costruito il Muro di Gaia.» Fece una veloce pausa. «Dobbiamo sostenerci a vicenda.»
«Non devi farli a me questi discorsi,» Hortio puntò il dito contro Immanuel «ma a lui. Lui è quello che se ne è andato senza dirci niente. Lui è quello che ha tagliato i ponti con noi.»
«Galorian non era mio amico, fosti tu a reclutarlo … ricordi?» domandò Immanuel grave.
Ci fu un momento di silenzio.
«Mi stai accusando?» fece Hortio scioccato. «Non ho colpe per quello che è successo a tuo fratello. È stato Galorian, non io. Come potevo sapere-»
«Era una tua responsabilità!» Immanuel alzò nuovamente il tono della voce. «Tu avresti dovuto informarti sul suo conto prima di reclutarlo. A causa della tua negligenza-»
«Ho detto basta!» Selene sbatté entrambe le mani sul tavolo. «Voi due vi state comportando come bambini! Non è il momento adatto per fare certe discussioni! Se volete picchiarvi come i mocciosi, va bene! Ma adesso abbiamo cose più importanti a cui pensare.»
«Ovvero …?» domandò Hortio confuso.
Selene, allora, spiegò tutta la situazione all’amico.
La reazione di Hortio fu un misto di terrore e preoccupazione; ma entrambe le emozioni vennero scavalcate da un forte sospetto.
Hortio afferrò un tridente, la sua fidata arma, che era attaccato al muro; puntò l’arma verso Immanuel.
Immanuel non accettò l’affronto e si preparò a combattere.
Selene intervenne per placare quello scontro che si stava preannunciando.
«Un morto che ritorna in vita? No, no. Scommetto che c’è lo zampino di un demone» disse Hortio.
«Non lo possiamo sapere, Publius, metti via l’arma» ordinò Selene.
«Non è stato un demone» fece Immanuel aggressivamente. «Quella creatura non era un demone, ne sono sicuro.»
«E perché ti dovrei credere?» protestò Hortio deciso a combattere.
«Fidati di me, Publius … ti puoi fidare di me, no?»
La voce di Selene placò l’animo di Hortio. Egli abbassò l’arma e uscì dall’abitazione, imbarazzato per la reazione avuta.
Immanuel ringraziò la donna ma questa, con un tono freddo, disse:
«Non ringraziarmi, prima o poi dovrai dimostrare di non essere nelle mani di un demone.»
«Quindi anche tu nutri il medesimo sospetto?»
«Il fatto che non abbia avuto un attacco di ira non significa che mi fidi di questa Hush de Void.»
«Selene … sono sicuro che non fosse un demone …»
«Dillo alla tua faccia» controbatté lei accennando con il dito al viso di lui, che esprimeva la più profonda insicurezza.
La donna abbandonò la baracca e si riunì con Publius Hortio.
Il giovane guerriero dai capelli blu si rivolse alla donna con parole di sconforto:
Immanuel (BikoWolf)
«Non volevo comportarmi in quel modo …»
«Lo so.»
«Mi dispiace, davvero, è solo che … non mi fido di lui.» Fece una lunga pausa. «Pensavo di conoscerlo, ma dopo tutto quello che è accaduto ultimamente … non lo so … non mi sembra più l’uomo che ha combattuto al nostro fianco.»
«Non hai bisogno di giustificarti con me, Publius. Capisco come ti senti e non ti giudico per questo … ma ho bisogno del tuo aiuto.»
«Vuoi convincermi a combattere al tuo fianco?»
Lei assentì con la testa.
«Non hai bisogno di convincermi» fece lui sorridendo. «Sono sempre pronto a combattere al tuo fianco.»
Vi fu uno scambio di sorrisi colmi di affetto.
Immanuel, appena abbandonò l’abitazione, si rivolse ad entrambi con un tono brusco:
«Mentre voi combatterete contro i demoni, io dovrò occuparmi di questa Atalya.» Si voltò verso Publius. «Hai mai sentito parlare di un certo Valentus Polaris? Da quello che so, risiede a Milawata da un paio di anni.»
«Mm …» fece grattandosi il mento. «Forse …? Se stai parlando del tizio che vive nella foresta, allora ti consiglio di stare attento. Pare che non ami le visite, soprattutto da parte di stranieri.»
«Cosa sai di lui?»
«Pochissimo. So solo che vive in una vecchia fortezza a tre giorni da qui. So che è una specie di eremita, un esperto di magia … ma non so altro.»
«Dove devo andare?» domandò cupo.
«Nordest. Sarà un viaggio lungo-»
«Non importa.»
Voltò le spalle ai suoi ex compagni d’arme.
«Buona fortuna, Immanuel» disse Selene.
«Sì … buona fortuna anche voi. Ci rivedremo sul campo battiglia.»
Se ne andò.

La notte ricoprì con il suo velo stellato il Bosco delle Ninfe ma Immanuel non si fermò per dormire. Faceva brevi pause ogni duecento metri e riprendeva a camminare con passo moderato.
Non aveva paura dell’oscurità.
I suoni della notte non lo inquietavano.
Era freddo. Era concentrato sul suo obbiettivo.
Un fugace rimorso percorse i suoi pensieri, il rammarico causato dal modo in cui aveva abbandonato la sua migliore amica, ma questo non poté deragliare il suo cammino.
Dall’oscurità sopraggiunse una bestia ringhiante. Questo mostro camminava su due zampe di cavallo e sfregiava gli alberi con lunghi artigli neri. Il suo pelo era pallido e il muso caprino aveva due occhi di sangue. Le due grandi corna ricordavano quelle di uno stambecco.
La bestia ruggì esibendo i suoi denti affilati.
Immanuel si fermò. Con un modo di fare infastidito domandò:
«E tu da dove vieni?»
Non si aspettava una risposta, però l’attacco della bestia lo prese leggermente alla sprovvista. Riuscì a schivare gli artigli e, non appena si mise in posizione di combattimento, vide la bestia fare un salto verso di lui. Immanuel rotolò per terra. Non appena gli zoccoli del mostro sollevarono una cortina di polveri dal terreno, Immanuel diede un colpo alla terra col piede ed esclamò:
«Begrenzung
Un cerchio magico di color cobalto circondò sia lui che la bestia.
I due erano spalla contro spalla.
Il mostro tentò di girarsi per colpire quell’uomo che, rispetto a lui, era molto più basso.
Immanuel, con un tono gelido, disse:
«Be’ che succede? Non riesci a colpirmi anche se sono così vicino?» Fece una breve pausa seguita da un sospiro. «Non mi aspetto che un Pale-Lilin possa resistere alla mia Magia. Finiamo questa pagliacciata, bestia.»
Immanuel si girò. Strinse il pugno. Ed esclamò a voce alta:
«An Sich
Il pugno, avvolto da un’energia celeste, colpì il mostro. Il corpo di quella creatura non subì danno alcuno superficialmente, ma nel giro di qualche secondo esplose in tante membra insanguinate che tinsero di rosso la vegetazione circostante … e Immanuel.
Il cerchio magico scomparve e l’uomo tornò sui suoi passi.

mercoledì 26 maggio 2021

Capitolo 1 : Let's turn on

“Lo stato di pace tra gli uomini, che vivono gli uni a fianco degli altri, non è uno stato naturale, il quale è piuttosto uno stato di guerra.”
(I.Kant, Per la pace perpetua)

Scoppiò uno sparo. L’eco rimbalzò in quella stanza dalla forma ovoidale. Il continuo suono di una sirena, in lontananza, abbracciava la rossa luce che tingeva l’intera camera. Due figure maschili. Un uomo vestito come se fosse appena uscito dal carnevale veneziano, l’altro indossava un cappotto marrone, con decorazioni dorate, assieme a dei pantaloni di un blu scuro.
Il primo, con il volto coperto da una bauta, brandiva una Glock 17 con la canna ancora fumante. Il secondo uomo era piegato a terra con la mano che premeva sul fianco destro; il sangue stava scavalcando le dita e zampilli macchiavano il pavimento.
«Hai perso» disse l’uomo mascherato. «Hai tentato di fermarmi, ma sei stato sconfitto. Posso quasi toccare la tua frustrazione. Ammetto di starmi gustando questo momento.» Fece una breve pausa accompagnata da un calcio diretto alla faccia dell’uomo. «Perdonami, ma non riesco a tollerare quel tuo brutto muso. Mi hai dato del filo da torcere e ammetto di avere avuto … paura. Non ho mai provato terrore dinnanzi alla morte, ma tu eri quasi riuscito a spaventarmi e ti faccio i complimenti. La tua è stata un’impresa che nessuno era mai riuscito a compiere.»
L’uomo ferito tentò di rialzarsi. Dalla bocca emetteva costanti gemiti di dolore; con le mani si aggrappò alle gambe del tizio mascherato.
«Continui a lottare?» Lo colpì in testa con un pugno. «Sei davvero tenace, te lo riconosco. Ma l’ostinazione, da sola, è come un fuoco senza ossigeno. Tu, come la fiamma, soffocherai e ti spegnerai.» Lo colpì nuovamente, stavolta sulla fronte. «Vederti strisciare a terra come il bruco che sei è una vera gioia per gli occhi, sai?»
Una porta d’acciaio si aprì. Una donna, in divisa militare, spalancò i suoi occhi ambrati alla vista di quell’uomo ferito. In quello sguardo c’era una genuina sorpresa. Mormorò delle parole incomprensibili e poi si rivolse al tizio mascherato:
«Dobbiamo andare, signore. Agares e Vassago ci stanno aspettando.»
«Grazie, Amber» disse lui cordialmente. «Dunque,» si rivolse al ferito «questo è un addio, mia nemesi. È stato divertente questo gioco ... finché è durato.»
Partì un altro sparo. L’uomo cadde a terra con un buco sulla testa.
«Andiamo, Amber, abbiamo un fuoco da spegnere» fece lui mettendo via l’arma.
«Sì, signore.»
I due abbandonarono la stanza.

Da una coperta di tenebra emerse un suono, l’eco di una voce femminile. Nell’oscurità si disegnò l’immagine di un trono di cera illuminato da fiamme verdi. Il trono, sulla sommità di una scalinata di libri e pergamene, era occupato da questa figura mascherata che indossava un saio nero.
La figura, con trecce bianche e la pelle pallida, fece un movimento con la mano e un libro si materializzò sul palmo. Sfogliò le pagine e, abbassando leggermente gli occhiali da vista, accolse l’uomo che si trovava sdraiato su quel pavimento fatto di carbone:
«Benvenuto nell’oltretomba, Immanuel. Io sono Hush. Hush de Void» si presentò garbatamente.
«Dove … dove sono?» domandò lui confuso.
Nell'aria non c'erano odori di nessun tipo; il nero più scuro e silenzioso abbracciava quel luogo sconosciuto.
«Oltretomba.» ripeté stizzita. «Sei nel mondo dei morti o, per essere più precisi, sei nell’Anticamera della Non-Vita» disse lei. «In questo posto deciderò se andrai nei Giardini Dorati, nei Campi di Cenere oppure se sparirai nell’Abisso. Per evitarti inutili dolori, credo che sia doveroso informarti che qui sono io che comando. Se fai qualcosa che mi irrita, io posso gettarti direttamente nell’Abisso e impedire la tua futura rinascita. Spero di essere stata chiara-»
«Rinascita?» fece lui inarcando le sopracciglia.
«Sì. Una volta che vieni mandato nei Giardini Dorati o nei Campi di Cenere, passi il corrispettivo umano di un secolo nell’oltretomba per poi rinascere. Se vieni mandato nei Giardini Dorati, rinascerai con tutte le memorie della tua vita precedente intatte. Se, invece, vieni mandato nei Campi di Cenere, non ricorderai nulla della tua vita precedente. Tuttavia c’è la terza possibilità: l’Abisso» spiegò lei.
«No!» esclamò Immanuel adirato. «Non posso aspettare un secolo! Devo fermare Galorian adesso! Se riuscirà a raggiungere la sommità della Torre, spegnerà il Sacro Fuoco!»
«Questo non è un mio problema» rispose lei freddamente. «Se il Sacro Fuoco venisse spento, l’umanità perderebbe la facoltà della ragione. L’intero genere umano finirebbe per assomigliare alle bestie delle foreste, delle montagne, degli oceani e delle caverne. L’istinto diventerebbe l’unica guida dell’azione umana.» Fece una breve pausa. «Ma questo, a me, non interessa. Voialtri siete solo pedine in un gioco ideato dai Sette Divini e Sheol. La preservazione o la distruzione del Sacro Fuoco non mi preoccupa minimamente.»
«Ma …!»
«Ci tieni davvero così tanto ad adempiere al tuo dovere?» domandò con una voce gelida.
Lui non rispose immediatamente. La memoria dell’umiliazione subita, prima della sua dipartita, gli stava annebbiando i pensieri. Ogni fibra del suo corpo, mossa dal furore, era stimolata solo dall’idea di poter affrontare Galorian un’altra volta.
Hush, intanto, continuava a sfogliare il libro che aveva per le mani.
«Oh, ma guarda …» fece lei con una voce stupita. «A quanto pare tu e Galorian siete nemici da molto tempo. Tutto è iniziato con la morte di tuo fratello, ho ragione? Un tale Wilhelm. In effetti ho conosciuto un uomo con quel nome. Un caro ragazzo.»
Gli occhi di Immanuel si spalancarono dallo sconcerto.
«Dov’è? Dov’è mio fratello?»
«Non te lo dirò, Immanuel. Queste informazioni non ti riguardano.»
«Voglio soltanto sapere se è-»
«Tu non hai il diritto di sapere niente, Immanuel» fece lei freddamente. «Solo io so dove si trova, e solo io necessito di saperlo. Stai al tuo posto, pedina.»
«Non chiamarmi così!» urlò lui furibondo.
Hush mosse di poco le dita e Immanuel venne catapultato a terra. Il suo corpo soffrì come se fosse stato colpito da un camion. Nessuna ferita apparve sul suo corpo. Anche se dolorante, Immanuel si rialzò ed avanzò verso la scalinata. La forza invisibile che lo aveva attaccato gli bloccò le gambe.
Hush, dopo aver tirato un sospiro innervosito, mise da parte il libro, per un momento, e disse all’uomo:
«Forse non hai capito quello che ho detto prima, quindi lascia che te lo ripeta: tu non hai nessun potere qui. Sei nel mio mondo e io, qui, sono la legge. Spero di essere stata chiara, stavolta.»
Immanuel non accettò di essere trattato in quel modo. Tentò di muovere le gambe … ma era inutile. Qualsiasi cosa lo stesse paralizzando, era davvero efficace.
«Hai compreso la tua situazione, adesso?» domandò lei.
«Sì … ho capito» fece lui arrendevolmente.
La forza che immobilizzava Immanuel scomparve.
«Bene» disse lei compiaciuta. «Torniamo alla tua anima.» Sfogliò il libro. «Dunque, Immanuel, mi sembra di capire che tu e Galorian avete una rivalità che trascende i vostri ruoli di pedine. Ma a quanto pare ha vinto lui, alla fine.»
«Mi ha teso una trappola, ecco tutto» spiegò infastidito. «Se non avesse usato quei trucchi per bloccare i miei poteri, lo avrei ammazzato senza problemi.»
«Oh, e come fai a dirlo con così tanta sicurezza?»
«Perché io so uccidere. È la cosa che so fare meglio.»
«Ma davvero? Controlliamo.» Passò in rivista ogni pagina del libro ad una velocità disumana; nel giro di pochi secondi, il libro venne chiuso. «Bene,» esordì lei con un tono soddisfatto «a quanto pare non menti. Mm … forse posso fare un’eccezione per te.»
«Davvero?» fece lui con una rinnovata speranza.
«Mi servirebbe una persona con il tuo talento
«In che senso?» chiese inquieto.
Hush fece scomparire il libro. Con movenze pacate, la donna, abbandonò il trono e scese la scalinata.
«Carissimo Immanuel, ho una missione per te e mi aspetto che tu la porti a termine prima di uccidere Galorian.»
«Perché dovrei farlo?»
Hush de Void (BikoWolf)
«Per due ragioni. La prima, tu vuoi rinascere subito per poter affrontare Galorian ed io posso fare in modo che questo avvenga. La seconda, la persona che io voglio che tu uccida è abbastanza problematica per me e più rimarrà in vita peggio sarà.» Fece una piccola pausa. «Il suo nome è Atalya ed è una ladra. Ed è anche molte altre cose che preferisco non dire per preservare la tua innocenza.»
«Non puoi ucciderla tu?» domandò lui.
«Non posso entrare nel vostro mondo, se lo facessi sparirei all’istante. Sono costretta a questo posto, mentre tu no.»
«E perché è così importante questa Atalya?»
«Lo so io perché, tu non devi saperlo. Devi solo fare quello che ti ho detto. Uccidila e potrai fare tutto quello che vorrai nella tua nuova vita.»
Finite le scale i due si trovarono faccia a faccia. Hush era un po’ più bassa di Immanuel ma emanava un’energia terrificante.
«Però» iniziò lei «se tu dovessi decidere di dare la precedenza alla tua vendetta personale …»
Hush toccò con il dito il petto dell’uomo. Immanuel sentì il suo corpo rabbrividire, un forte calore si accese nel torace. L’uomo, per un attimo, ebbe come l’impressione di essere dilaniato dall’interno.
Cadde sulle ginocchia, ansimante e sudato.
«Cosa mi … hai fatto?!»
«Eheh, solo una precauzione» rispose lei. «Non posso entrare nel vostro mondo, ma posso sempre agire su di esso usando questi trucchi.» Si chinò. «Ora tu hai una bomba nel petto. Un ordigno magico che esploderà, se tu dovessi ignorare la missione affidata.»
«Cosa?!» esclamò terrorizzato.
«Suvvia, Immanuel, non guardarmi come se fossi un mostro. Voglio solo assicurarmi che tu faccia il tuo lavoro. Se ucciderai Atalya, la bomba nel tuo petto scomparirà e sarai libero.»
Diede due delicate sberle ad Immanuel e poi tornò sulle scale.
«Aspetta!» esclamò ancora scosso da quella terribile notizia. «Non puoi farmi questo! Posso occuparmi di lei in ogni momento-»
«Tu farai quello che ti dico, Immanuel. Sei una pedina … e le pedine eseguono gli ordini. Ucciderai Atalya e poi sarai libero.» Fece una pausa. «Ma, dal momento che sono una persona buona, ho deciso che la detonazione della bomba sarà preceduta da due segnali d’allarme» disse esibendo due dita.
«Quali?»
«Prima sentirai il tuo corpo riscaldarsi in modo anomalo, poi sentirai un atroce dolore al petto e, alla fine, bum. Addio Immanuel.»
L’uomo non aveva altra scelta che seguire gli ordini di Hush de Void. Cos’altro avrebbe potuto fare? Ovviamente la sola idea di mettere da parte la brama di vendetta lo irritava, ma non poteva rifiutare quell’offerta. Anche se palesemente ingiusta, era comunque l’unico biglietto d’uscita disponibile. Era la sua occasione per uccidere Galorian.
Con dell’amaro in bocca dovette pronunciare queste parole:
«Va bene, hai vinto tu. Farò quello che mi hai detto.»
«Sei una brava pedina, Immanuel.» Si accomodò sul trono. «Ti restituirò la vita, sii grato.»
«Aspetta, prima di farmi resuscitare … voglio sapere com’è fatta questa Atalya.»
«Qui viene la parte complicata» disse lei.
«Cosa significa? Non conosci la sua identità?» domandò sbigottito.
«Lei cambia identità. La sua faccia, il suo corpo … non sono mai gli stessi. Se vuoi trovarla dovrai iniziare le indagini partendo da un suo alleato: un certo Valentus Polaris.»
Fra le mani di Immanuel comparve la fotografia di quest’uomo biondo, con un pizzetto e gli occhi castani. Il suo volto era asciutto e aveva uno sguardo intelligente.
«Dove posso trovarlo?»
«Dovrai partire dal livello più basso della Torre» rispose lei. «Milawata è dove Valentus risiede da un paio di anni. Ti può bastare?»
«Me lo farò bastare …» borbottò stizzito.
«Bene. Buona rinascita, allora. Cerca di non morire di nuovo.»
Non appena Hush de Void schioccò le dita, Immanuel si sentì più leggero. La terra sotto i suoi piedi si aprì, egli cadde in una voragine. Aprì la bocca per urlare, ma nessun suono uscì.
Il buio calò nuovamente.